Gli studenti dovranno comporre un testo sul tema: “La cultura meridionale a Napoli e Salerno nella prima metà del Novecento”; bibliografia 1) Elio Bruno: Letteratura a Napoli: dal Rinascimento al Novecento, Guida, e 2) Francesco Bruno, Lettera da Salerno, Plectica. Gli studenti sono anche liberi di consultare e trovare ispirazione per l'articolo in opere di Francesco Bruno e di Else Mogensen.
fredag den 20. juli 2018
Temi vincitori 2018
La
cultura meridionale a Napoli e Salerno nella prima metà del
Novecento.
DOMENICO
CIOCIANO
1° Classificato
“Chi ha
detto che si vive una volta sola? Confondiamo l’oblio con la morte”
Chissà se
Francesco Bruno, autore di questa citazione, avrebbe mai immaginato
di diventare proprio lui “immortale”? Questo non ci è dato
sapere. Sappiamo però, che egli vive e rivive una, mille, infinite
volte attraverso i suoi testi, le sue poesie e i suoi libri che
ancora oggi, a trentasei anni dalla sua morte, stimolano la nostra
fantasia, toccano i nostri cuori e invitano a riflettere. La sua
“arte” ha caratterizzato la cultura meridionale dal primo
Novecento in una Napoli che aveva vissuto il dramma del primo
conflitto mondiale con il conseguente dopoguerra difficile con
amarezze e delusioni, con l’incomprensibile tragedia della spagnola
e masse contadine impoverite dall’inflazione, con il triste esodo
dell’emigrazione. Poi
la
dittatura dove il popolo era costretto a soffrire in silenzio i colpi
bassi del potere, ma diventa protagonista delle famose Quattro
Giornate di Napoli dove il giovanissimo Gennarino di appena dodici
anni perde la vita in nome della Libertà e Giustizia. Nei testi
letti Letteratura
a Napoli dal Rinascimento al Novecento, Dentro Napoli,
F.
Bruno e la letteratura meridionale
si evince che Napoli è un vero e proprio crocevia della vita e della
cultura italiana, luogo della lacerazione e della violenza, ma anche
della speranza; da Napoli si vuole fuggire, ma a Napoli si vuole
ritornare.
La prima che
sicuramente pote’ intuire le reali potenzialità del piccolo
Francesco, fu la sua insegnante della scuola primaria: Elodie. Fu lei
a spronarlo e ad avvicinarlo al mondo del giornalismo leggendogli
anche gli articoli della rivista Diritti
e Bruno stesso, dopo una serie di fortunate combinazioni, ne divenne
stimato collaboratore con i suoi articoli acuti, intelligenti e assai
profondi. Indimenticabile la sua critica letteraria sul romanzo
Qualcuno
bussa alla porta
dell’allora sconosciuta Elsa Morante. La critica fu positiva …
D’altronde, come non riconoscere alla Morante il suo indubbio,
spettacolare talento?
Il talento non
mancava di certo neanche a Francesco Bruno che, è proprio il caso di
dirlo, aveva una marcia in più perchè trasferitosi a Salerno, trovò
quasi da subito spazio nei gruppi di giovani intellettuali
pubblicando il suo primo libro, a soli venticinque anni e la sua
passione per il giornalismo lo portò a collaborare con varie testate
giornalistiche. Finalmente arrivava un nuovo “talento” capace di
rivoluzionare l’ambiente culturale salernitano arrivando
addirittura a dirigere un settimanale di politica, cultura e
attualità, chiamato “Il Progresso”. E mai fu nome più
azzeccato. Infatti, le sue idee erano “progressiste”, la cultura
doveva essere il punto di partenza per la risoluzione di tanti
problemi che martoriavano il Sud. Non a caso Francesco Bruno ideò
una rubrica di corrispondenza con i lettori e la firmò con lo
pseudonimo di ‘Mirabeau’ che solo in pochi avrebbero saputo
collegare ad Apollinaire. Inoltre iniziò ad usare il formato tabloid
e introdusse la vignetta. Per l’Italia fu una rarità assoluta
utilizzata, inutile dirlo, fin nei tempi attuali. Negli anni
successivi, in una città che ad immaginarla oggi sembrava quasi
magica, Salerno era la cornice di un brulicante via vai di giovani
talentuosi. Bruno fu capace, con una certezza invidiabile, di
individuare i più promettenti. Quando, infatti, fu avvicinato dal
poeta Alfonso Gatto, per una consulenza e valutazione dei suoi
lavori, Bruno comprese subito di trovarsi di fronte ad un’artista
davvero speciale. Ci fu un bel legame duraturo tra questi. Infatti,
nel corso della vita, si incrociarono più volte e la stima reciproca
rimase immutata. Forse perché fra amanti della letteratura e poesia
ci si capisce così, senza troppe parole. Nonostante i tanti
movimenti intellettuali salernitani, che Bruno trovò estremamente
stimolanti, egli decise di trasferirsi a Napoli per un lavoro presso
un quotidiano. Salerno però gli rimase nel cuore, come tutti i
grandi amori.
A Napoli la
sua carriera come critico, giornalista decollò. Scriveva per ‘Il
Mattino’, ‘Il Giorno’ e tanti altri quotidiani. Restò però
sempre umile, “alla mano” e disponibile verso tutti. Tornava
spesso ad Ascea e varie sono le sue opere dedicate proprio al suo
paese natio. È d’obbligo menzionarne una, Paese
di eriche e ginestre,
poiché si tratta della sua ultima opera. Per comprendere a pieno il
movimento artistico e letterario che Francesco Bruno seppe catturare
su foglio con maestria nella sua raccolta La
Scapigliatura napoletana e meridionale,
è d’obbligo evidenziare il suo talento perché ha saputo
rappresentare in modo affascinante il piccolo mondo parallelo degli
artisti che si raccoglievano attorno a lui. È affascinante lo
scambio di idee, la lettura collettiva, la definizione
dell’ispirazione che ci può essere stata solo tra persone che
condividono una passione talmente arguta da riempire non solo la
mente, ma anche il cuore e forse persino l’anima. Ed è così la
Napoli di Francesco Bruno: pulsante, bizzarra, magica e piena zeppa
di artisti. Lo scrittore afferma nell’introduzione del suo libro
che spesso incontra gli scrittori del suo Sud che sembravano avvolti
in un “alone favoloso e leggendario.” Non è semplicemente
sublime questa immagine che Bruno ha saputo trasmettere? Quanto amore
per questo microcosmo artistico! Quanta passione per la sua terra,
tanto da diventare lui stesso un punto di riferimento per tanti
artisti. Volendo ripercorrere le tappe della letteratura napoletana
attraverso le profonde osservazioni di Bruno, è giusto soffermarsi
su Benedetto Croce, trasferitosi a Napoli, dove l’impatto con la
città fu favorevole e ben presto casa sua fu frequentata da
giornalisti, pittori, poeti, archivisti, antiquari e librai. E certo
non poteva mancare Francesco Bruno. L’incontro con Croce fu di
grande valore intellettuale per entrambi, ma Bruno seppe rimanere
sempre obiettivo ed equilibrato nei suoi giudizi sul filosofo.
Infatti, nei confronti della letteratura napoletana Croce diede un
contributo notevole e F. Bruno l’ha sempre saputo riconoscere. Un
altro letterato vissuto a Napoli fu Fausto Nicolini che svolse la sua
attività letteraria e giornalistica nella città partenopea, ma a
differenza di Croce, che si concentrava sulla filosofia dello
spirito, Nicolini si rivelò un biografo drammatico. Sapeva catturare
ampi affreschi storici e cercava di dare risalto ad aspetti
biografici. Francesco Bruno sensibile e profondo quando raccontò del
suo incontro personale con Nicolini si commosse perchè lo trovò in
una grande stanza al freddo, tra carte e fogli, coperto da un basco
nero. Bruno lo paragonò a Sainte-Beuve, avendolo visto in fotografia
in atteggiamento e posa simile a Nicolini. È d’obbligo citare
anche Gino Doria che ha indirizzato il suo talento nella descrizione,
nella contemplazione della sua città: Napoli. In molti dei suoi
scritti la città funge da protagonista. Come Croce, anche egli
sguazza nelle tradizioni napoletane, descrivendone con misura,
cultura e civiltà gli aspetti più vivi. E Benedetto Croce, da
grande maestro ha saputo insegnare tutto questo ai suoi allievi, di
cui anche Doria fece parte. Gli allievi probabilmente si sentirono
molto vicini al loro maestro perché, come loro, lui era un
autodidatta. Insegnava attraverso le frasi più belle, quanto Napoli
potesse essere vecchia e sempre nuova, pensiero che fu condiviso
anche da Francesco Bruno. Il capitolo non si può chiudere senza
soffermarsi brevemente anche su Alberto Consiglio, Edmondo Cione e
Lorenzo Giusso. Tutti e tre erano in qualche modo legati al pensiero
crociano. Il più apprezzato da Bruno però fu proprio Giusso, che
aveva profonda conoscenza delle lingue straniere. Questo gli fu di
grande aiuto nello studio e nella traduzione di saggi di autori
vicini al suo pensiero.
Napoli non è
solo questo, ma anche la musica napoletana è cultura, arte, poesia,
storia le cui origini risalgono al tredicesimo secolo quando gli
studenti dell’università Federico II creavano delle ballate che si
ispiravano alle differenze tra le bellezze del paesaggio e le
difficoltà della vita. Poi, dopo secoli di splendide canzoni e
ballate ci fu una svolta: la propagazione ed il successo della musica
napoletana. Questo cambiamento avvenne sin dagli inizi del Novecento
e cantanti come Renato Carosone e Roberto Murolo furono i maggiori
interpreti di questo genere musicale. A cavallo del primo Novecento
comparve la figura di Enrico Caruso, uno dei tenori più famosi. Egli
proprio come Murolo e Carosone seppe comporre canzoni che ancora oggi
si cantano fra le vie di Napoli e forse di tutto il mondo. Dietro le
opere di costoro si cela un difficilissimo lavoro che consiste nel
coniugare il testo della canzone alla musicalità delle parole spesso
espresse in dialetto per avere una maggiore autenticità. Proprio per
questo si può dire che ci fu una fusione tra la canzone napoletana e
la letteratura del meridione. Per me la musica napoletana è vita…
troviamo in essa un miscuglio fra quotidianità, poesia, sentimento,
ma anche storia come nella canzone “Munasterio e Santa Chiara”
dove emerge il desiderio di tornare a Napoli dopo la guerra e allo
stesso tempo si percepisce la paura di trovare una città distrutta
dai bombardamenti. Però non fu solo la canzone napoletana a
caratterizzare la cultura meridionale, ma ci furono anche teatro e
cinema che svolsero un ruolo fondamentale nel raccontare storie e
magari lanciare un messaggio di originalità. Edoardo De Filippo fu
uno degli attori più importanti, ma anche uno degli artisti più
incisivi del Novecento conosciuto in tutto il mondo per le sue
rappresentazioni teatrali e per la sua innata bravura. Le sue opere
celebri Natale
in casa Cupiello
e Filomena
Marturano
in cui De Filippo fu davvero un maestro perché con maestria ed
ironia ha saputo trasmettere la quotidianità della sua bella Napoli.
E tornando a F. Bruno, questi come lui ha rivolto i suoi ultimi
pensieri ad Ascea con il testo Paese
di eriche e ginestre.
Ascea rivolge
eternamente il suo profondo rispetto ad un uomo che ha reso e rende
tuttora i suoi compaesani orgogliosi di condividere le origini.
Doveroso è stato dare il suo nome alla scuola primaria di Ascea.
L’oblìo non ci sarà mai, finché gli alunni ne conosceranno la
meravigliosa storia. “Così lo voglio ricordare, in bilico tra il
cielo e la terra a sfiorare la macchia mediterranea a lui tanto
cara”.
GIUSEPPE
ANTONIO BEL FIORE
2
° Classificato
Introduzione.
Se
la bellezza dei luoghi affascina viaggiatori e viandanti, è
indiscutibilmente vero che riesce a far vibrare la sensibilità
dell’animo di un artista e poeta ed a creare le giuste premesse per
un moto ispirativo che generi l’opera, l’opera d’arte. Il luogo
si fa musa ispiratrice, si fa soggetto e depositario del culto della
bellezza del moto nuovo e fecondo che saluta ogni rappresentazione
artistica sul nascere, prima che si diffonda nei cuori.
I
paesaggi campani assumono talvolta una bellezza radiosa, nella
luminosità assolata di giornate afose e rumorose, altre volte invece
prendono una bellezza argentata, silenziosa, solitaria. La notte, i
cieli stellati, il silenzioso rumoreggiare del mare placido e
sonnecchiante affascinarono Gabriele D’Annunzio che osservando la
notte stellata appesa sui profili del golfo salernitano, scrisse di
Salerno, versi bellissimi e dolci in cui i profili scuri dei monti
che scendono dolcemente a tuffarsi nel mare, lo definì lunato golfo,
generando l’immagine evocativa di una bellezza illuminata dalla
luce lunare. Bellezza decadente, artistica, poetica.
L’arte
ha soggiornato e soggiorna a Salerno e Napoli e lo fa respirando la
bellezza del paesaggio, l’anima popolare che vi risiede, che si
condensa nelle tradizioni, nelle leggende, nelle quotidiane realtà ,
talvolta superiori all’immaginazione.
Le
ragioni di arte e cultura nel primo Novecento.
Il primo novecento fu periodo storico e sociale di grandi
cambiamenti. Le innovazione scientifiche e tecniche migliorarono le
condizioni di vita e lavoro e generarono una possente capacità di
trasformazione. Non fu solo periodo di razionalismo e progresso, ma
contestualmente fu anche periodo in cui le conquiste generarono ansie
e dubbi, aprendo nuovi percorsi alla sensibilità e dunque alle
ispirazioni artistico-culturale. Vi furono opere realistiche e
naturalistiche, tendenti a rappresentare il vero, il popolare,
l’emarginato, il misero, che proseguirono le idee ed i criteri
culturali affermatisi alla fine del secolo precedente, ma vi furono
anche aspetti tesi a cercare e riprodurre una realtà apparente,
interiore, irrazionale, in cui l’istinto diventa prevalente sulla
ragione. Insomma un rapido ed affollato susseguirsi di movimenti,
correnti artistiche, che propongono antico e moderno in un variegata
composizione di società e storia.
Varietà
che genera contrasti; contrasti che generano trasformazione, spesso
veloce, incontrollata, disordinata; disordine che genera conflitti;
conflitti che generano disgregazione; disgregazione che genera
pessimismo; pessimismo che genera riflessione sulla interiorità ed
il destino dell’uomo nel mondo.
Il
territorio campano, materia d’arte e soggetto di cultura.
Salerno e la sua provincia hanno storia millenaria. L’arte e la
cultura del primo Novecento, se considerate come puri atti di vita,
vera essenza di un’opera che è opera d’arte, realizzano un
connubio tra sentimento e territorio particolarmente intenso. Il
bello ed il vero nell’arte e nella cultura si trovano in molti
opere di artisti italiani che hanno ricevuto ispirazione dai luoghi
campani, salernitani e napoletani in particolare e fin
dall’antichità.
Nel
periodo d’inizio Novecento, tuttavia, gli occhi di Umberto Saba,
una delle più alte espressioni poetiche della letteratura italiana,
osservarono Salerno ed i suoi luoghi. infatti egli svolse servizio di
leva in città nel periodo compreso tra l’aprile del 1907 ed il
settembre del 1908. Un anno intenso nel quale trasse ispirazione per
comporre “Versi militari”, opera che appartiene al patrimonio
morale della nostra cultura per l’alto grido di dolore contro la
guerra, contro tutte le guerre.
Come
già ho affermato fu anche Gabriele D’Annunzio ammaliato dalla
bellezza del golfo salernitano, protagonista nella sua opera
“Merope”, mitologicamente una delle stelle meno luminose figlia
di Atlante, condannata a minor luce per aver ceduto al cuore ed
essersi innamorata di un mortale. D’Annunzio in questa opera
richiama storie e leggende salernitane e narra gli anni meravigliosi
attraversati dalla città in epoca longobarda e normanna.
Salerno
è culla, per nascita, di una delle voci più intense e sofferte
dell’ermetismo italiano, stagione europea della nostra poesia, che
si eleva oltre confine a descrivere il malessere dell’uomo
universale e della sua impossibilità di dialogare con sè stesso e
con la realtà circostante. Alfonso Gatto, salernitano, è poeta
ermetico che alla città dedica versi memorabili condensati nella
nota espressione più volte citata….”Salerno rima d’inverno,
Salerno rima d’eterno….”
L’alba
di questo secolo difficile e complesso saluta anche i lidi
napoletani, che ispirano tra Ottocento e Novecento molti autori
locali che danno vita al filone della poesia e dei testi dialettali
poi diventati anche complementi testuali di celebri romanze, dando
origine alla celeberrima canzone napoletana. Sono infatti questi gli
anni nei quali vengono composti brani a firma di E.A. Mario,
Salvatore Di giacomo, Libero Bovio, Roberto Murolo; più che semplici
testi deputati a seguire la melodia musicale, sono in realtà poesie
ispirate all’amore, ai sentimenti umani, alla quotidianità.
In
questi anni anche Eduardo De Filippo e Totò al principio delle
grandi carriere percorse nel teatro e nel cinema, composero testi che
si ispiravano alla bellezza dei luoghi, ai momenti di cultura e
tradizione mescolati alla quotidianità soprattutto dei ceti
popolari.
Tra
gli autori attuali Luciano de Crescenzo ed Erri De Luca attingono ai
vicoli ed al paesaggio per comporre testi che pervasi da ironia,
umorismo e sensibilità, realizzano suggestivi affreschi narrativi.
Una
esperienza significativa: Matilde Serao.
E’ questo il tempo nel quale si afferma il ruolo, la figura di
Matilde Serao.
Giornalista
e scrittrice, nacque a Patrasso nel 1856. A soli quindici anni, priva
di ogni titolo di studio accademico, sostenne il colloquio di
ingresso in qualità di uditrice presso la Scuola Normale “
Eleonora Pimentel Fonseca “. Dopo un anno Matilde abiurò la
confessione ortodossa per quella cattolica e cominciò a scrivere
brevi articoli destinati all’appendice del Giornale di Napoli, per
poi cominciare a comporre novelle pubblicate, a 22 anni compiuti, con
lo pseudonimo di “Tuffolina“. La prima novella editata fu “Opale“
per le pagine di fondo del quotidiano “Il Mattino“.
Ciquita
è lo pseudonimo che Matilde Serao utilizzò a partire dai ventisei
anni, quando lasciò Napoli per recarsi a Roma dove cominciò a
comporre opere di vario tipo ed articoli, presa da una frenesia del
comporre e dello scrivere che le consentì di assumere un ruolo di
primo piano nei salotti mondani della capitale, diventano un volto
noto conosciuto anche per il suo carattere, la sua fama crescente di
donna determinata ed indipendente, che suscitava ora curiosità ora
ammirazione.
Al
principio, tuttavia, se conquistò fama nei salotti mondani, non ebbe
subito i favori degli ambienti letterari e dei critici in
particolare; basti pensare alle sorti del suo primo libro, che
sebbene la rese famosa tra un pubblico crescente di appassionati non
ebbe recensioni critiche favorevoli, in particolare di Edoardo
Scarfoglio.
Era
un suggestivo preludio che nessuno immaginava doveva condurli a
vivere una intensa ed appassionata storia d’amore, culminata col
matrimonio e la nascita di quattro figli: Antonio, i gemelli Carlo e
Paolo, Michele.
Scarfoglio,
da tempo, accarezzava l’idea di promuovere la fondazione di un
proprio giornale quotidiano, finalizzata a promuovere la crescita
culturale ed artistica. Il suo rapporto e la complicità con la
moglie Matilde doveva favorire questo desiderio e realizzarlo. Nel
1885 fondarono, infatti, il “Corriere di Roma“ che non ebbe vasto
seguito e visse un duro periodo di indebitamento finanziario. Questa
esperienza li indusse ad accettare subito la proposta del banchiere
livornese Matteo Schilizzi che propose alla coppia di tornare a
Napoli e continuare il loro connubio giornalistico nella avventura
della propria testata editoriale. I due accolsero la richiesta ed il
banchiere si accollò le spese debitorie del “Corriere di Roma“
che così riuscì, il 14 novembre 1887, a cessare le pubblicazioni
senza conseguenze giudiziarie per entrambi e con una operazione
editoriale con cui venne fusa tale testata giornalistica al “Corriere
del Mattino“, si riuscì a dare vita ad una nuova testata
editoriale, “Il Corriere di Napoli”, il cui primo numero venne
diffuso il 1° gennaio 1888. Dopo tre anni Scarfoglio e la Serao
lasciarono la testata per fondare un nuovo giornale, a cui venne dato
il nome de “Il Mattino“ il cui primo numero venne pubblicato il
16 marzo 1892, dando inizio alla favola editoriale della principale
testata giornalistica napoletana.
La
storia d’amore tra Scarfoglio e Matilde Serao doveva concludersi a
seguito del tradimento dell’uomo, scoperto e non perdonato. Matilde
si consolò nel ruolo di madre, accogliendo con sé una bambina di
genitori ignoti a cui diede il nome di Paolina. Anche per difficoltà
finanziarie del giornale abbandonò ‘‘Il Mattino’’, nel 1900,
durante una inchiesta che sconvolse la testata. Intanto aveva
cominciato a curare una rubrica letteraria, culturale, ed artistica
che venne pubblicata per 41 anni ininterrotti.
Intanto
nel destino di Matilde ritornava l’amore. Ancora una volta per un
letterato e giornalista. Giuseppe Natale. Con lui Matilde Serao
tornerà a dirigere un nuovo quotidiano, “Il Giorno“, che da
subito si pose in concorrenza con “Il Mattino“.
Alla
morte di Scarfoglio, col quale ormai non viveva più, Matilde Serao
potè sposare Giuseppe Natale che morirà al principio degli anni
Venti, anni nei quali, pur se in solitudine, la Serao proseguì nella
sua attività letteraria e giornalistica svolte con accesa passione.
Non
è un caso che Matilde Serao morì seduta alla sua scrivania, a
Napoli, nel 1927.
Opere
e pensiero di Matilde Serao.
Le
opere di Matilde Serao che ottennero i primi apprezzamenti furono la
raccolta di bozzetti “Dal Vero“ ed il romanzo “Cuore infermo“
che suggellarono la sua adesione, quasi spontanea, alla poetica del
verismo, di cui interpretò profondamente e completamente lo stile e
la poetica letteraria. Le novelle ed i bozzetti erano tipologie di
opere letterarie che meglio si addicevano allo stile ed al tessuto
narrativo della Serao, rispetto ai più estesi romanzi, specialmente
per la sua tendenza a descrivere i sentimenti, le passioni, gli
squilibri personali, le descrizioni degli ambienti e delle
circostanze, dei personaggi, che conservano un carattere secco,
diretto, immediato, da articolo giornalistico più che da testo
narrativo di largo respiro.
Donna
forte, determinata, la Serao ha grande interesse e forte
predisposizione per la caratterizzazione dei personaggi femminili,
descritte come appartenenti ad ambiti e ceti diversi, come ad esempio
nell’opera “Il ventre di Napoli“, in cui vividamente e
partecipativamente la Serao descrive con stile veristico e senza
sovrapposizioni o schermi mistificatori, la dura realtà dei ceti più
umili, in particolare dei bambini appartenenti ad essi, descritti al
cospetto della difficoltà del vivere che si respira nei vicoli
napoletani, in modo endemico e drammatico.
Matilde
non è autrice distratta o distaccata dalle opere e dai suoi
personaggi. La sua compassione, il suo sentimento di comunanza e
partecipazione agli eventi della narrazione è piena e totale. Così
diventa amorevole interprete delle sofferenze e delle speranze del
popolo napoletano che ama e descrive. Devota al giornalismo, prima
che alla prosa, la Serao confessa che “dal primo giorno che ho
scritto, io non ho masi voluto né saputo essere altro che una fedele
ed umile cronista della mia memoria”. Una confessione che esprime
appieno il senso della sua esperienza letteraria, e nel contempo, il
suo amorevole credo al giornalismo militante. Sensazioni queste che
non abbandonerà mai, per nessun amore e per nessuna diversa
vocazione.
E’
cronismo, è amorevole racconto giornalistico della realtà, sebbene
condita dallo scopo narrativo che si eleva a rango letterario, ciò
che la porta a comporre un'altra celebre ed apprezzata sua opera.
“Terno secco” radiografia di alta poesia verista con cui, in
racconto mirabile, descrive la rassegnazione dei ceti più umili e
poveri e della piccola borghesia cittadina che affidano le superstiti
speranza di una vita migliore e senza stenti, alla fortuna nel Gioco
del Lotto. Da questo racconto la Serao trasse anche materia per un
altro celebre scritto, il romanzo “Il paese della cuccagna“.
Segnatamente affreschi di vita quotidiana sono le altre due opere
“Scuola serale femminile” e “Telegrafi dello Stato“, che pure
riscossero un positivo apprezzamento regalando alla memoria comune
due significativi ritratti di vita quotidiana realistica, pur nella
sua lineare semplicità.
In
tal senso è vero capolavoro il racconto lungo “Le virtù di
Checchina“ apoteosi oggettiva delle difficoltà e dei contrasti
esistenti tra la squallore miserevole della piccola borghesia che
anela, invece, al sogno di una vita lussuosa oltremisura. Epico è il
personaggio che la Serao descrive, rendendolo protagonista di
naturalezza e verità.
Diversa
la ispirazione che ha prodotto i romanzi “La conquista di Roma“
(ispirato alle esperienza di vita parlamentare) e “Vita ed
avventure di Riccardo Soanna” in cui la Serao strappa la maschera
ad un certo tipo di giornalismo corrotto.
Nessun
tema è precluso alla fantasia ed all’impegno della Serao; basti
citare l’opera postuma di un testo incompiuto “L’ebbrezza, il
servaggio, la morte“ in cui si confronta con la visione femminile
della dolorosa tematica dell’adulterio, nella Roma
tardo-ottocentesca dannunziana.
La
sua vocazione giornalistica che rendeva la realtà un terreno di
osservazione per comprendere l’evoluzione dei costumi e della
società, viene dalla Serao trasferita nelle pagine delle sue opere,
agganciando così tematiche poetiche e suggestive alla fotografia di
una realtà spesso di sofferenza e dramma, che celebra lo scopo degli
autori veristi. A cui per passione spontanea la Serao viene accostata
nella valutazione della sua vasta produzione letteraria.
Animo
rivoluzionario, innovativo, forte, di spessore culturale notevole
tanto da qualificare una intera esistenza, la Serao è una delle
figure femminili più affascinanti del panorama artistico culturale
nazionale ed internazionale del primo Novecento, e la considerazione
che la questione femminile era ben lontana dall’essere risolta ed
affrontata rende ancora più epica la sua esperienza di donna,
giornalista e letterata. La conferma piena che la forza del cuore e
delle idee, insieme, rendono la vita unica e rara ed ogni associata
esperienza di arte e cultura capace di scandire i ritmi del tempo e
della storia.
BENEDETTA DE LUCA
3 ° Classificato
Nella prima metà del ‘900 le differenze socioeconomiche tra il
Sud e il resto d'Italia rimanevano ancora molto accentuate. Lo
svantaggio accumulato dalle regioni del Sud in rapporto a quelle del
Centro e del Nord era ancora notevole ed era sottolineato dagli
indicatori economici, culturali e civili dello sviluppo. All'inizio
del Novecento i governi presieduti da Giovanni Giolitti furono i
primi ad approvare leggi straordinarie con cui furono finanziati
grandi lavori pubblici in Puglia, a Napoli e in Basilicata, ma che
tuttavia non si rivelarono efficaci alla prova dei fatti;
contemporaneamente, l'emigrazione di milioni di contadini appariva
come la reazione alla miseria delle campagne meridionali. La politica
giolittiana, basata sulle leggi speciali e sulle agevolazioni
pubbliche, inaugurava tuttavia una modalità di intervento dello
stato destinata a riprodursi nei decenni a venire, con risultati
discutibili. A Napoli, in particolare, la politica di Giolitti si
proponeva di imporre un’industrializzazione forzata per cercare di
rimediare alla regressione post unitaria subìta dall’antica
capitale del Mezzogiorno, per risollevarla dalle arretratezze messe
in evidenza dalla questione meridionale e agganciarla al percorso
comune ed unitario dell’Italia intera. Per sopravvivere, dunque,
l’economia napoletana, comincia ad aver bisogno dei capitali
settentrionali, degli investimenti di aziende del Nord, della nascita
di nuovi centri industrializzati, come la zona di Bagnoli, a nord di
Napoli
Nonostante il divario economico e i grandi problemi sociali, nel
Meridione ferveva la vita culturale. Napoli è un importante centro
culturale ed artistico e ciò è evidenziato fortemente anche dalle
pagine di numerosi quotidiani e periodici che i giovani intellettuali
dell’epoca utilizzavano per confrontarsi, pubblicando testi di
varia natura, dalle novelle, ai romanzi a puntate, ai testi teatrali,
alle poesie e alle canzoni.
Una personalità di spicco nella cultura meridionale a Napoli e
Salerno fu senz’altro Francesco Bruno. Questo intellettuale quasi
unificò idealmente Salerno e Napoli perché visse in entrambe le
città, partecipando con passione al dibattito culturale che vi si
svolgeva. Nato ad Ascea nel 1899, Francesco Bruno fu poeta,
giornalista e narratore. Bruno fu anche un critico letterario acuto e
lungimirante: fu il primo a parlare in Italia di un autore come Boris
Pasternak, il primo a leggere le liriche del grande poeta salernitano
Alfonso Gatto ed il primo letterato a dedicare una monografia a
Grazia Deledda e al poeta francese Paul Valéry.
Come narratore Francesco Bruno scrive opere in
cui denuncia le povere condizioni di vita del Mezzogiorno d’Italia.
Il Sud fu per lui fonte di ispirazione e di studio, tanto da essere
considerato uno dei maggiori esponenti della cultura meridionale. Il
suo ultimo romanzo, Paese
di eriche e ginestre,
pubblicato nel 1999 dopo la sua morte è ambientato a Velina
(nome di fantasia che in realtà indica la natìa Ascea). In questo
romanzo, Bruno rivisita leggende, miti e tradizioni popolari che
ormai vanno scomparendo, narrando di un mondo arcaico e bucolico e
della natura ancora incontaminata. Le vicende degli abitanti di
Velina, contadini con le mani callose, pastori di capre, pescatori
bruciati dal sole, donne che infornano il pane e cantano alle
processioni, sembrano proiettarsi in una sorta di età mitologica, al
di fuori del tempo e della storia.
Il romanzo
Paese
di eriche e ginestre, chiude
il cerchio della vicenda artistica di Francesco Bruno perché anche
la sua prima opera, la raccolta di racconti intitolata
Frate Gesù, pubblicata
nel 1924, è ambientata ad Ascea.
La
vita di Francesco Bruno si incrociò anche con quella di un’altra
grande figura della cultura meridionale nei primi del Novecento,
Matilde Serao, da cui fu invitato a collaborare al quotidiano “Il
Giorno”, diretto dalla scrittrice.
La Serao era una donna determinata, ebbe molti riconoscimenti
letterari da parte dei letterati più famosi del tempo, tra i quali
Gabriele D’Annunzio e Benedetto Croce. Donna colta e istruita, non
disdegnava Napoli e il suo popolo, anzi lo amava, e cercava di
descrivere la sua città per denunciare tutte le sofferenze dei
cittadini a causa della difficile situazione socio-economica della
città.
Fino ad allora tutti coloro che avevano scritto di Napoli avevano
messo in evidenza solo gli aspetti positivi. Matilde Serao, invece,
non si limitò a parlare della Napoli delle cartoline, ma si recò
nei vicoli scuri e fetidi dei quartieri popolari per descrivere la
vita e i comportamenti dei suoi abitanti. Non incolpò i napoletani
per il loro modo di essere, ma li giustificò, li comprese, cercò di
spiegare il perché della loro condizione e di quello che facevano
per vivere (o meglio sopravvivere) in una delle città italiane più
dimenticate dal governo del tempo.
Le prime opere di Matilde Serao si collocano
nella corrente del verismo meridionale. Nelle sue pagine la Serao
rievoca figure e momenti della povera vita nella città partenopea,
parlando del carattere dei suoi abitanti e delle loro abitudini,
specie delle donne. Nell’opera Il ventre di Napoli, la Serao
svolge una vera e propria inchiesta giornalistica sui malesseri della
città denunciandoli uno per uno. È come se la scrittrice
accompagnasse gli uomini e le donne nelle loro giornate, quando vanno
a lavorare, quando mangiano o al contrario quando muoiono di fame,
quando soffrono, quando stanno a casa, nei bassifondi della città.
Non li critica, anzi li comprende e li giustifica, cercando di far
capire il perché delle loro condizioni di vita e il perché della
loro povertà. I poveri (la maggior parte della città), lavorano
tanto, fino a dodici ore al giorno, ma con paghe bassissime. È una
storia che va avanti da generazioni e generazioni; i napoletani sono
sempre stati sfruttati dai nobili, che li trattavano come schiavi. E
in queste povere condizioni di vita chi stava peggio erano le donne,
costrette a fare mille sacrifici: a loro la Serao guarda con
particolare compassione.
Non vedendo all’orizzonte possibilità concrete di miglioramento
del loro triste presente ecco allora che i napoletani alimentano una
speranza irrazionale nella fortuna che all’improvviso avrebbe
potuto sorridere loro. In che modo? Per mezzo del lotto. Tutto ciò
che avveniva, tutti i fatti della vita quotidiana e tutti i sogni si
traducevano per i napoletani in numeri da giocare al lotto, in
sequenze magiche di numeri che sarebbero diventati ambi e terne
vincenti al lotto.
Matilde Serao rivolge il suo sguardo umano e comprensivo alla gente
di Napoli e ne denuncia con forza le sofferenze. Esorta il governo e
tutte le istituzioni a compiere il loro lavoro qui come lo compiono
nelle altre città.
Al primo ministro De Pretis ella ricorda che non basta fare nuove
strade, buttando giù vecchi e luridi quartieri, ma deve invece
interrogarsi sulle ragioni del malessere di Napoli e dei napoletani.
Bisognava che il governo conoscesse a fondo Napoli, specialmente i
bassifondi, per poter fare di questa una città migliore. Non bastava
conoscere il numero degli abitanti, il numero dei morti o il numero
dei poveri, ma bisognava sapere il perché della situazione di
Napoli.
La Serao descrive i quartieri popolari, le strade strette, ognuna
caratterizzata da un odore diverso a seconda dei mestieri che lì
venivano praticati. Napoli è il paese in cui gli artigiani, i
muratori, i tipografi e tutti gli altri lavoratori vengono pagati di
meno. Per dodici ore di lavoro vengono pagati pochissimo: appena 90
centesimi con cui provare a sfamare la famiglia. Eppure a Napoli
vengono prodotti i migliori mobili, le migliori scarpe e i migliori
vestiti, ma questo alla città non viene riconosciuto e il lavoro non
viene valorizzato.
Lo sguardo attento ed indagatore della Serao si posa anche sulle
abitudini alimentari dei napoletani. Al poco che hanno a
disposizione per sfamarsi popolani e scugnizzi aggiungono molta
fantasia: i quartieri sono pieni di botteghe e venditori ambulanti
che propongono pesci fritti, panzarotti, olive salate, castagne lesse
e lupini. Per i vicoli le grida si susseguono, gli inviti a comprare
la propria merce si sprecano. Cibo preferito dal popolo è ovviamente
la pizza, un tipo di pane schiacciato su cui si metteva quello che si
aveva al momento: un pomodoro o un’alice salata, qualche oliva o un
pezzetto di formaggio. La pizza a Napoli era dunque uno tra i più
semplici modi per sfamarsi, mentre oggi nella dieta attuale è vista
in modo molto diverso: è qualcosa che si ci concede una volta ogni
tanto, perché oggi disponiamo di tanti altri cibi. Come tante altre
cose, anche la pizza è stata oggi rivisitata dal consumismo e dal
benessere e snaturata: i condimenti di oggi non nascono dalla
scarsità di cibo ma al contrario dalla loro abbondanza per cui a
volte la pizza viene proposta in abbinamenti sempre più improbabili,
come ad esempio l’ananas o i fagioli.
Nelle sue opere, Matilde Serao mette tutto il suo amore per la sua
città, irritandosi per certi meccanismi che fanno ancora oggi di
Napoli una città penalizzata da scelte sbagliate e da cattive
abitudini private e pubbliche. Il grido di dolore e la rivendicazione
di dignità della Serao per l’umanità sofferente dei bassi e,
soprattutto, per le donne di Napoli, è di una profondità toccante e
di una modernità impressionante. Se questo grido fosse stato
ascoltato subito, tanti problemi che ancora oggi affliggono quella
città sarebbero soltanto un lontano ricordo.
tirsdag den 4. juli 2017
PREMIO MOGENSEN-BRUNO – 8^ EDIZIONE 2017
PREMIO MOGENSEN-BRUNO –
VIII^ EDIZIONE
Il Premio Mogensen – Bruno è
giunto nel 2017 all’OTTAVA
edizione. Ideato e realizzato dalla compianta dott.ssa Else Mogensen
nel 2010, ha visto negli anni avvicendarsi alla vittoria i migliori
alunni delle classi terze dell’Istituto Comprensivo ‘Parmenide di
Elea’. Ricordiamo fra questi ad esempio Mattia Capitani, Natalia
Graziuso, Angela D’Angelo, tutti alunni che si sono distinti nel
tempo e continuano a farlo negli studi Superiori e universitari, e
ricordiamo anche il vincitore dello scorso anno Sovan Petru Bogdan.
Quest’anno il regolamento
prevedeva la stesura di un tema basato su una problematica
storico-sociale della nostra terra, anche attingendo liberamente ai
testi di Francesco Bruno e Else Mogensen.
I dieci temi pervenuti si sono
imposti all’attenzione della Commissione per gli spunti originali e
per l’impegno dimostrato nello studio delle problematiche
analizzate.
Prima della premiazione la
coordinatrice del Premio, prof.ssa Maddalena De Leo, ha passato la
parola alla dott.ssa Vincenzina Esposito, responsabile della
biblioteca del Palazzo Alario, che ha brevemente informato i presenti
della recente inaugurazione del Fondo Librario Francesco e Elio
Bruno, con oltre tremila libri donati dalla famiglia Bruno.
Si è quindi passati alla
premiazione.
E’ stato consegnato un
attestato per l’entusiastica partecipazione e l’impegno nello
studio della storia del territorio, più un libro di Francesco Bruno
ai seguenti alunni:
GIUSEPPE DE LUCA 3^ C
MARZIA PICA 3^ C
ANNAMARIA RUSSO 3^ C
NELLO GERBASIO 3^ C
CHIARA MIRANDA 3^ A
MAURO D’ANGIOLILLO 3^ A
FEDERICA GRAZIUSO 3^ B
ANASTASIA DI CANDIA 3^ B
Il 3° Premio, consistente in
50 euro + pergamena e libri di Francesco Bruno e Else Mogensen, è
stato consegnato dalla prof.ssa Novi Bruno all’alunna Rosanna
Fontana della
classe 3^ B.
Motivazione:
L’elaborato, dal titolo:
‘Il Cilento nel secondo dopoguerra’ esamina con attenzione e
consapevole informazione il tema trattato, anche con partecipazione
emotiva nella speranza di una soluzione futura dei problemi che hanno
afflitto il territorio cilentano sotto il profilo socioeconomico.
Risulta corretto per forma, morfosintassi e lessico.
Non c’è stato quest’anno
un secondo premio in quanto la Commissione all’unanimità, in base
alla qualità dei temi presentati, non ha ritenuto di assegnarlo, per
cui si è passati al primo Premio.
Il 1° Premio, consistente in
100 euro + pergamena e libri di Francesco Bruno e Else Mogensen, è
stato consegnato dal Prof. Lars Aagaard-Mogensen all’alunna Roberta
Di Donato della
classe 3^ A.
Motivazione:
L’elaborato evoca con
suggestiva partecipazione emotiva il dramma dell’emigrazione e del
profondo attaccamento alle radici nella diacronia e nella sincronia,
secondo quanto previsto dalla traccia. Si evince probabilmente l’eco
di racconti ascoltati di esperienze dolorose e drammatiche,
l’espressione è corretta e scorrevole. Molto suggestiva e coerente
la citazione finale tratta dal romanzo ‘Paese di eriche e ginestre’
di Francesco Bruno.
Maddalena De Leo
Temi vincitori 2017
ROBERTA DI DONATO
1° Classificato
13 settembre 1899
Una lacrima rigò il viso di
quel povero giovane, mentre lui e la sua famiglia guardavano i treni
sferragliare rumorosamente sulle rotaie, tanto da rompere i timpani.
Sua moglie guardava i loro bambini piangere, mentre pensava al
futuro, cercando di essere positiva e rimembrando nella sua mente
tutti i momenti più belli e significativi passati con il marito, ora
costretto ad abbandonare la sua terra spinto dalla povertà che da
tempo assaliva la famiglia Liguori. Cesare, di soli 5 anni, non
riusciva a capire bene cosa stesse succedendo in quel momento, però
sapeva che il padre sarebbe tornato molto presto, o almeno così
affermava la mamma. Invece Renzo, di 13, era più consapevole e le
sue lacrime scorrevano veloci sul volto mentre gli occhi si
arrossavano sempre di più.
In quel ventoso giorno di
settembre del 1899 molte famiglie si ritrovarono costrette a partire
per gli Stati Uniti, in cerca di fortuna e di una vita più
dignitosa. Insieme a loro, il treno avrebbe trasportato Attilio fino
alla nave su cui avrebbe viaggiato, consapevole di star lasciando la
sua famiglia e la sua terra, il Cilento, da sempre amata. Salutò sua
moglie Bianca, che non aveva neanche il coraggio di guardarlo senza
crollare, e i suoi adorati figli. Cesare chiese quando sarebbe
tornato e lui rispose che si trattava solo di un viaggio per
esplorare nuove terre, rassicurando così il povero bambino che si
rilassò, pensando a quanto sarebbe stato bello per il padre vedere
cose nuove e conoscere tante persone diverse. Renzo era positivo, in
cuor suo sapeva che sarebbe tornato, e nell'attesa si sarebbe
intrattenuto con le lettere che Attilio aveva promesso di spedire
spesso ai figli, per raccontare la sua vita negli Stati Uniti.
Il conducente annunciò la
partenza del treno e l'uomo, sconsolato, iniziò ad incamminarsi
verso il suo vagone. Prima di entrare si girò e diede uno sguardo
alla sua famiglia, promettendo a se stesso che l’avrebbe rivista.
Salì sul vagone e prese un posto vicino al finestrino così da poter
guardare i suoi familiari, sperando che non fosse l'ultima volta.
Bianca si asciugava le lacrime con un fazzoletto, disperata, mentre
Cesare lo salutava con la mano e Renzo lo fissava con gli occhi della
speranza. Poi il treno partì.
Attilio ripensò alla sua
terra, dove era nato, e alle sensazioni profonde che gli aveva dato
vivere in quel posto così leggiadro e sorprendentemente spensierato,
nonostante la miseria e la povertà che incombevano su di lui.
Ripensò a quando la mattina si svegliava e apriva le finestre della
sua piccola casa, godendo del panorama sul mare che nel tempo libero
si dilettava a dipingere. Ripensò a quando durante la primavera
l'odore dei fiori era talmente intenso da ripulire ogni traccia di
dolore perturbante nei suoi pensieri, e al cinguettio delle rondini
sempre presenti. E a quando, durante l'autunno, vedeva le foglie
cadere leggiadre dagli alberi sfiorando il suolo. Pensò che tutte
queste emozioni e la sua famiglia gli sarebbero mancate, però allo
stesso tempo lo consolava la speranza di trovar fortuna. E così, con
questi pensieri che scorrevano nella sua mente, si ritrovò sulla
nave che lo avrebbe portato in un posto dove non era mai stato, con
persone che non aveva mai visto, cose che i suoi occhi non avevano
mai potuto osservare prima d'ora.
Arrivato negli Stati Uniti
Attilio era spaesato e non sapeva dove andare. Capitò però una cosa
che lo sbalordì e che lo fece rilassare: un uomo, appena sceso dalla
nave, gli chiese se anche lui era andato lì per cercare lavoro. Il
giovane sperò subito nella nascita di un'amicizia, così da non
dover affrontare da solo la nuova avventura. E allora rispose di sì
e l'altro uomo (chiamato Giulio) gli sorrise innocentemente, forse
contento anche lui per gli stessi motivi di Attilio. Fu così che i
due iniziarono a girovagare per la terra sconosciuta portando sempre
dentro di loro la speranza, che in quel momento sembrava l'unica
risorsa. Dormirono sotto un ponte, con il freddo che minacciava di
congelarli e il vento che soffiava forte sulle loro teste, mentre
l'unica cosa che li copriva era una coperta trovata per pura fortuna
al centro di una via. Il giorno seguente, ancora scossi da quel
freddo della sera prima Giulio e Attilio si misero in cammino molto
presto, con l'intento ti trovar fortuna. Ma nulla, quella giornata
era stata completamente sprecata perché nessuna fabbrica aveva
bisogno di dipendenti e nessuno sembrava interessarsi alle loro
proposte. La speranza stava per abbandonarli quando, ad un certo
punto, una signora che abitava in città li vide e, provando pietà
per i due, si offrì di ospitarli nella sua dimora in attesa di
trovare un lavoro. Questo gesto fece sentire meglio Attilio,
distrutto da tutte quelle porte chiuse in faccia, e quando la sera si
mise nel letto iniziò a riflettere su tutto quello che gli stava
capitando: pensò alla sua famiglia, chissà cosa stavano facendo in
quel momento sua moglie e i suoi amati figli... avrebbe tanto voluto
essere lì con loro; magari raccontando una storia al piccolo Cesare
per farlo addormentare, come aveva sempre fatto, e dando un bacio
della buonanotte a Renzo e a Bianca, la sua amata moglie. Pensò che
l'indomani gli avrebbe spedito una lettera e nel frattempo si
addormentò.
Passò una settimana e lui e
Giulio, come ogni singolo giorno, si misero in cammino; ancora una
volta non trovarono una buona accoglienza, nessuno ascoltava o
prendeva in considerazione le loro proposte, finché non scorsero
un'altra fabbrica poco distante. Decisero di andarci e, con loro
grande sorpresa ed emozione, lì accettarono di prenderli al lavoro.
Felice come non mai Attilio corse a casa per scrivere una lettera
alla sua famiglia, informandola della gioiosa notizia e chiedendo di
raggiungerlo negli Stati Uniti. La felicità di quel momento non si
poteva descrivere, Attilio era completamente senza parole. Finalmente
avrebbe portato avanti la sua famiglia egregiamente e senza tutti i
problemi economici che c'erano stati fino a quel momento. Lui voleva
solo il bene per i suoi figli e sua moglie: farli vivere in pace e
serenità era l'unica cosa che desiderava. Questo bene era così
forte ed intenso che purtroppo vinceva anche la voglia di tornare nel
suo paese, il Cilento. Attilio sapeva bene che a quel punto non
sarebbe più tornato nella sua terra e, nella felicità, si ritagliò
anche un momento per ricordare tutto quello che aveva abbandonato. Le
sue lacrime per il luogo in cui aveva vissuto lo accompagnarono, suo
malgrado, per tutta la vita.
22 febbraio 2017
Benjamin stava guardando
pensieroso fuori dalla finestra, quel post su Facebook di una sua zia
italiana lo stava facendo riflettere. Era riuscito a scoprire la
storia dei suoi lontani antenati che dall’Italia erano stati
costretti ad emigrare lì dove si trovava ora, la maestosa New York.
Aveva il desiderio di scoprire la bellezza della terra dei suoi
predecessori, anche perché era un ragazzo che aveva sempre amato
viaggiare per il mondo. Andò nella camera di suo fratello Alexander
e gli chiese di accompagnarlo in questa sua avventura; lui accettò
volentieri e i due giovani, Benjamin di 24 anni e Alexander di poco
più, con la voglia di far nuove esperienze, prenotarono online un
viaggio per andare nel Cilento, splendido luogo che non avevano mai
visitato. Benjamin si organizzò con la loro lontana zia, che decise
di ospitarli con innato entusiasmo. Presero l'aereo una settimana
dopo e atterrarono dopo otto ore di volo; un viaggio che per
qualsiasi altra persona sarebbe stato pesante, ma che a quei due
giovani, con la voglia di disseppellire un pezzo della loro storia,
sembrava essere durato solo un’ora.
Arrivati nel Cilento rimasero
affascinati dalla natura incontaminata del luogo e dalla sua
bellissima semplicità. Benjamin si guardava intorno con stupore,
tutto quello che c'era in quel bellissimo posto lo faceva rimanere ad
occhi aperti, rilassando i suoi muscoli e le sue membra provati dalla
frenesia della città. Arrivato a casa degli zii scoprì che i cugini
stavano per partire e che, come gli spiegarono, sarebbero andati
negli Stati Uniti per completare gli studi e cercare lavoro. Colpiti
i due ragazzi pensarono che quell'avvenimento sembrava un ripetersi
della storia dei loro antenati e rimasero sbalorditi di come, a
volte, le problematiche sociali del passato ritornano anche nel
presente.
Benjamin si sedette sul divano
in stoffa della zia e, incuriosito, chiese ogni particolare degli
eventi che avevano spinto i suoi antichi predecessori a cambiare
Stato e, a quel punto, vita. Anche se non capiva ogni parola
conosceva abbastanza l’italiano per seguire quel racconto così
coinvolgente, che suscitò dentro di lui un mare di diverse
sensazioni. Più il tempo passava e sempre più profondamente si
sentiva catturato da tutto quello che la terra cilentana gli offriva,
immaginando di osservare ogni cosa con gli occhi di Attilio che non
aveva potuto farvi ritorno. Benjamin sentiva che Attilio, insieme a
Bianca e ai figli, avrebbe meritato di vedere la sua famiglia vivere
e crescere nel posto che tutti loro avevano così tanto amato e
continuato a sognare per tutta la vita; a poco a poco cominciò a
prendere in considerazione l'idea di trasferirsi definitivamente nel
Cilento, con la sensazione di dare finalmente soddisfazione a un
antico desiderio e di riparare una vecchia ingiustizia. L'amore e il
rimpianto per quel bellissimo luogo era, infatti, rimasto nel cuore
di tutti, trasmesso di generazione in generazione, perché "l'uomo
ritorna nella terra in cui nasce, pensa, crede ed ama, malgrado ogni
avversità; e questo slancio naturale è anche segno della sua
vocazione umana, cristiana e letteraria." Perché se l'uomo non
può stare nella sua terra, costretto da qualcosa che potrebbe
distruggerlo, in cuor suo non abbandonerà mai il posto da cui ha
avuto inizio la sua esistenza.
Rosanna Fontana
3° classificato
IL CILENTO NEL SECONDO
DOPOGUERRA
Nell’analizzare le
problematiche socio-economiche del secondo dopoguerra, mi ha
affascinato e colpito l’analisi della questione meridionale e
soprattutto della mia terra, il Cilento.
Con grande rammarico, nel
corso del mio lavoro, sono apparse evidenti, sin da subito, le
sostanziali differenze tra Nord e Sud, l’arretratezza,
l’immobilismo, la povertà che purtroppo caratterizzano il
Meridione e il Cilento, terra di grandi contraddizioni, affascinante,
ricca di cultura, ma dove il progresso ha sempre faticato ad
attecchire e dove l’uomo ha fatto ben poco per valorizzarla.
Al termine del secondo
conflitto mondiale, infatti, il Cilento era invischiato in profonde e
laceranti contraddizioni interne, aggravate ed ingigantite dagli
eventi bellici e dalle sue tragiche conseguenze. La collettività era
consapevole della situazione di arretratezza e sottosviluppo del
Cilento. In una realtà essenzialmente rurale, a soffrire di tale
stato era soprattutto la campagna. Due erano gli aspetti
sostanzialmente negativi nel mondo contadino cilentano: la
ridotta estensione dell’azienda agricola individuale e l’eccessivo
frazionamento della proprietà.
Per quanto riguarda il primo
aspetto, si deve specificare che l’attività agricola cilentana
veniva svolta su terreni di limitata estensione, da non consentire di
produrre per i mercati, ma solo per il fabbisogno familiare. Solo
pochi proprietari riuscivano a sfruttare i terreni per la
commercializzazione dei prodotti ed erano coloro che disponevano di
proprietà medio o medio alta o di più consistenti corpi distinti,
dalla cui produzione unitaria ricavavano la quantità di prodotti da
immettere sui mercati.
L’altro aspetto negativo
l’eccessivo frazionamento della proprietà, piccola, media o
grande, era che i fondi che la costituivano non erano unici ed
omogenei, ma dislocati in più terreni in zone diverse. I terreni
frazionati e disomogenei non potevano essere adibiti ad un’unica
consistente produzione specializzata da commercializzare con
reinvestimento degli utili in un processo di continuo miglioramento
dell’azienda, ma erano sufficienti a soddisfare solo il fabbisogno
familiare. Questo mondo già precario e contraddittorio, era stato
sconvolto ulteriormente dalla guerra, perché la campagna era rimasta
per molto tempo abbandonata, perché uomini validi si erano
arruolati, perché la produzione del grano, elemento primario ed
essenziale per la nutrizione della gente era in crisi, perché i
reduci contadini, così come racconta un proprietario di Rutino, non
volevano più lavorare la terra sotto padrone e preferivano lasciare
il paese.
Vi furono vari interventi
legislativi per favorire la ripresa produttiva agricola, l’Allied
Military Goverment per creare una disciplina uniforme dei salari
fissò la paga giornaliera di lire cinquanta sia per i braccianti che
per gli operai, somma mai raggiunta nelle paghe salariali, ma che
risultava irrisoria, infatti, i beni di prima necessità
scarseggiavano e quei pochi che si trovavano sui mercati avevano
prezzi esorbitanti come il pane, la pasta, la farina, i legumi.
Nel mondo agrario vi dovevano
essere interventi determinanti ed urgenti, per riequilibrare una
situazione di sperequazione fin troppo accentuata e per dare respiro
ad una classe sociale ormai alla deriva. Nel luglio del 1944, il
Governo decise che ai coltivatori che lavoravano su fondi altrui
spettava la metà del prezzo del grano prodotto, così come era stato
determinato in precedenza per il versamento ai granai, mentre l’altra
metà andava al proprietario del fondo quale corrispettivo del canone
in natura da corrispondere.
Un provvedimento che nel
Cilento, non ebbe alcun pratico risvolto, prima di tutto perché la
produzione agraria non era più tale da consentire ai contadini,
nonostante l’introito della metà del prezzo riconosciuto, guadagni
di qualche consistenza e poi, era più conveniente portare il grano
al mercato nero, ove il prezzo era di gran lunga più remunerativo in
relazione a quello pagato dallo Stato. Altri provvedimenti,
dell’ottobre dello stesso anno, che disciplinavano alcuni contratti
agrari non ebbero applicazione, nonostante fossero rivoluzionari.
Rivoluzionari perché, per la prima volta, si riconosceva a chi
lavorava la terra il diritto di percepire quote superiori.
Nel Cilento non sortirono
alcun effetto e i proprietari continuavano unilateralmente ad imporre
patti, condizioni e salari a seconda dei propri esclusivi interessi.
L’economia locale continuava ad essere gestita dai soliti
proprietari e notabili del paese, che condizionavano pesantemente la
vita dei ceti subalterni. I contadini non disponevano del minimo
indispensabile per vivere, pur esistendo terre padronali e demaniali
incolte e non utilizzate. Sempre nel mese di ottobre, il Governo
aveva stabilito la concessione di terreni di proprietà di privati o
di Enti pubblici, risultanti non coltivati o insufficientemente
coltivati ad associazioni di contadini regolarmente costituite in
cooperative o in altri Enti, contestualmente stabilendo che le
concessioni dovessero essere fatte nei termini stabiliti dalla legge.
Nel Cilento anche questo
provvedimento non ebbe fortuna, perché il fenomeno associativo tra
contadini era sconosciuto e poi vi era la caparbia resistenza dei
proprietari che avversavano in ogni modo una più equa distribuzione
della proprietà, eppure quella disposizione poteva costituire una
spinta psicologica per i contadini per vedere legittimata la loro
azione di rivendicazione delle terre.
Ancora una volta, il Cilento
risultava sconfitto e non riesce a decollare.
Per questa situazione crebbe
la tensione sociale che sfociò in veri atti di ribellismo. I
contadini occupano le terre, a conferma del loro diritto al lavoro,
alla vita, alla dignità di uomini liberi. Il movimento si verificò
a Vallo e Roccagloriosa e poi si estese a Cannalonga, Novi Velia,
Felitto, Camerota, Trentinara, Capaccio, Castel San Lorenzo,
Albanella, Laurino. Il Cilento poteva uscire dall’atavico
sottosviluppo, come afferma lo studioso Pugliese, solo
in presenza di un trapasso da chi troppo ha e non può o non sa
condurre, a chi su quella terra lavora e suda per una malcerta e mal
retribuita mercede.
Tutto il mondo politico
conveniva sulla necessità di una riforma nel modo agrario, ritenuto
il fulcro dell’economia mondiale, da più parti si afferma che i
contadini devono avere la terra e la devono avere attraverso riforme
legali.
Ciò viene evidenziato nel
dicembre del 1947 nel Congresso regionale della terra che si svolgeva
ad Eboli e veniva ribadito anche dal Ministro dell’Agricoltura che
nel maggio del 1948, riteneva essenziale la riforma agraria. Ben
presto, però, ci fu la reazione dei proprietari terrieri, che
presentarono un controprogetto di riforma, a difesa degli interessi
agrari e avevano proposto una soluzione che prescindeva da qualsiasi
espropriazione della terra ai proprietari.
La tensione è altissima, si
verificano i primi scioperi dei lavoratori, manifestazioni in piazza
a sostegno delle lotte operaie e delle rivendicazioni dei contadini e
il 2 giugno del 1948 si ebbe uno sciopero generale, in tutto il
salernitano, contro il patronato locale. Nell’anno seguente si
susseguono manifestazioni di protesta e occupazioni di terre in tutto
il Meridione, mentre nel Salernitano la lotta divenne aspra e cruenta
a Capaccio, Roccadaspide, Trentinara, Albanella.
Il Governo non poteva più
indugiare e così il 17 marzo del 1950, viene presentato il progetto
di riforma la cosiddetta “legge stralcio” approvata ad ottobre,
che in alcune zone ottenne apprezzabili risultati, ma non nel
Cilento. La situazione Cilentana poteva essere risolta, se avesse
avuto seguito una relazione parlamentare del settembre del 1950, che
doveva dare slancio alla produzione agricola, attraverso una più
moderna tecnica agraria e riducendo i costi di produzione,
promuovendo con l’aiuto dello Stato le opere di bonifica, di
irrigazione e di trasformazione fondiarie, proteggendo e difendendo
le economie del piccolo e medio contadino coltivatore diretto,
favorendo la cooperazione agricola, riformando i contratti agrari.
Tutto ciò non avvenne, i
pochi grandi proprietari terrieri locali continuarono la consolidata
politica assenteista che spingeva sempre più le loro terre
nell’improduttività e nell’abbandono, la piccola proprietà
fondiaria eccessivamente polverizzata, non soddisfaceva neanche il
fabbisogno familiare a ciò si aggiunga l’assenteismo, anche dello
Stato, che non fornì supporti validi quali mezzi, opere,
investimenti necessari al miglioramento delle precarie condizioni dei
terreni, tutto ebbe un ruolo fondamentale, insieme al mancato
sviluppo della cooperazione agricola.
Ancora una volta il Cilento
aveva perso una grande occasione.
Precaria e delicata era anche
la situazione dell’artigianato che non aveva mai assunto un ruolo
di primaria importanza, infatti l’artigianato nel Cilento essendo
espressione di una economia povera e chiusa, a carattere
essenzialmente agricolo, era destinato a circuiti che riflettevano
quel tipo di società.
L’attività industriale,
invece, sul territorio era pressochè inesistente.
In questo contesto dove
l’agricoltura e l’artigianato erano in crisi, l’industria
inesistente, i lavori pubblici insufficienti e comunque non in grado
di creare un valido supporto all’occupazione, ai Cilentani non
restava che seguire l’esempio dei padri e abbandonare la propria
terra per cercare lontano, ciò che in patria, era loro negato.
Al termine di questa disamina
delle cause socio-economiche che hanno determinato il sotto sviluppo
del Meridione e del Cilento, voglio concludere con un augurio che in
futuro nessuno studente guardandosi indietro, possa più discorrere
di mancate occasioni del Cilento, ma che esso diventi un grande
centro di sviluppo economico per tutto il Meridione e nessuno mai
possa parlare più, come ha fatto giustamente in passato, un illustre
compaesano, Francesco
Bruno, di
impossibilità di
progresso della mia
bellissima Terra!!!
onsdag den 29. juni 2016
PREMIO MOGENSEN-BRUNO – 7^ EDIZIONE 2016
Presso
l’anfiteatro della Fondazione Alario si è svolta il 3 giugno, questa volta in
un bel pomeriggio di sole, la settima edizione del Premio Letterario
Mogensen-Bruno, concorso di scrittura per gli alunni della Scuola Secondaria di
1° grado ispirato alla figura letteraria di Francesco Bruno. Con grande stima e
riconoscenza è stata ricordata anche quest’anno la sua ideatrice e promotrice,
dott.ssa Else Mogensen. In Sua memoria si continua ogni anno ad organizzare il
Premio con la collaborazione della famiglia Bruno, nelle persone della nuora
dello scrittore, prof.ssa Maria Novi e i nipoti Francesco e Enrico. Insieme a
loro il figlio della sig.ra Else, René Mogensen con la nuora Leila e il marito
della sig.ra Else, professor Lars Aagaard-Mogensen, grande assente di questa
edizione. Tutti hanno però fatto parte, come ogni anno, della Commissione che
ha decretato i tre temi vincitori fra gli undici pervenuti. Quest’anno è stata
assegnata anche una menzione speciale.
La tematica proposta prevedeva la trattazione di
un autore del ‘900 a scelta, anche attingendo liberamente alle opere di
Francesco Bruno e Else Mogensen. La prima parte della premiazione ha
visto un breve discorso di ringraziamento della prof.ssa Maria Novi in Bruno
rivolto alle docenti che ogni anno, con tanta dedizione, spronano gli alunni
delle terze classi alla composizione dei temi, poi si è passati rapidamente
alla premiazione individuale.
Al terzo posto si è
classificato il tema di Luigi Fierro
della classe 3^ A, al secondo quello di Alessio
Capitani della classe 3^ B. Il
primo premio è stato assegnato invece al lungo e dotto componimento presentato
da Sovan Petru Bogdan della classe
3^ C, con la seguente motivazione:
Il lungo elaborato, vero e proprio saggio sul pensiero
critico di Francesco Bruno, analizza in maniera competente e molto dotta il
fenomeno letterario del Decadentismo, soffermandosi in particolare sulla
poetica del D’Annunzio. Risulta originale e personale nella trattazione,
denotando lo straordinario interesse e la dedizione del giovane autore per il
campo della letteratura e le sue ottime capacità critiche.
La menzione
speciale è stata infine assegnata al migliore dei temi ispirati alla figura
artistica della dott.ssa Else Mogensen.
I
premi, consistenti in denaro, libri e pergamene ricordo sono stati consegnati
ai tre vincitori dalla famiglia Bruno.
Maddalena De Leo
Motivazioni
Motivazione 3° Premio:
L’elaborato, in maniera efficace e con prosa scorrevole
riesce ad unire due poeti quali Ungaretti e Else Mogensen attraverso un comune
denominatore, l’amore per il Cilento, terra alla quale anche il giovane autore
è orgoglioso di appartenere.
Motivazione 2° Premio:
L’elaborato, ricco di spunti e ben articolato, rivela
ottime capacità di sintesi e di analisi nonché sensibilità d’animo.
Motivazione 1° Premio:
Il lungo elaborato, vero e proprio saggio sul pensiero
critico di Francesco Bruno, analizza in maniera competente e molto dotta il
fenomeno letterario del Decadentismo, soffermandosi in particolare sulla
poetica del D’Annunzio. Risulta originale e personale nella trattazione,
denotando lo straordinario interesse e la dedizione del giovane autore per il
campo della letteratura e le sue ottime capacità critiche.
Menzione
speciale:
L’elaborato, interamente dedicato a Else Mogensen, ne
coglie perfettamente la suggestione poetica attraverso un discorso chiaro e
armonioso.
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