Il premio Mogensen-Bruno è instituito dalla Dotoressa Else Mogensen in collaborazione con la famiglia Bruno, perché è importante leggere e conoscere bene quello gli scrittori e le scrittrici del nostro paese hanno scritto e scrivevano perché il loro modo di pensare è anche parte del nostro patrimonio, il loro ambiente è anche il nostro. L'identità di Bruno si formò ad Ascea mentre cresceva qui, e leggendo le sue opere, si riconoscono emozioni comuni e modi di pensare che sono stati distillati da una grande mente.

Francesco Bruno

Francesco Bruno
Nato ad Ascea nel 1899, Francesco Bruno era uno dei più importanti e famosi giornalisti e critici letterari di Novecento. Bruno ha scritto narrative con relazione ad Ascea e Cilento, però sopratutto ha scritto molto sulla cultura meridionale con le radici di Elea/Velia, e lui ha tracciato la nostra cultura dall'antichità via Giambattista Vico e il grande scolaro di lingua e letteratura italiana, Francesco De Sanctis, a Benedetto Croce. Ha scritto di Alfonso Gatto, un poeta favorito da molti cilentani, e sulle opere di molti altri scrittori e personalitè letterari del mezzogiorno.

torsdag den 12. juni 2014

Temi vincitori 2014


Il Premio Letterario ‘Mogensen-Bruno’

ELSE MOGENSEN IN MEMORIAM

5^ edizione 2014

Quest’anno per lo svolgimento dei temi partecipanti alla 5^ edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno per il miglior tema scritto da un alunno della terza classe della scuola media di Ascea Gli alunni dovranno comporre un’ "Intervista immaginaria a Francesco Bruno" così come la si troverebbe in un giornale o in una rivista letteraria, riportando le opinioni dello scrittore sui fenomeni socio-culturali e letterari del suo tempo. Si suggerisce agli alunni di familiarizzare con i libri di Bruno disponibili nella biblioteca scolastica sita nel presso di Ascea Marina e, inoltre, di portare alla luce informazioni e curiosità relative allo scrittore. Ciò in speciale modo in Ascea Capoluogo, attraverso l’individuazione di persone anziane ancora viventi che conoscevano e ricordano il Bruno.
Il dottore Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi, la dottoressa Leila Rasheed e il dottore René Mogensen hanno valutato i temi. La vincitrice del primo premio è stata Annalaura Mautone, il secondo premio è stata Federica Novi e il terzo premio è andato a Mauro Criscuolo.



Temi vincitori

Annalaura Mautone

1°classificato

Quel giorno avevo marinato la scuola e sola soletta vagavo per le strade del paese. Le ore, però, non passavano mai; allora pensai di spingermi verso “Via Dello Sporgente”, alla fine del paese. All’improvviso notai un uomo dall’aspetto semplice, ma elegante che era intento ad ammirare il paesaggio, in particolare il mare; era molto pensieroso. Chissà quanti pensieri affollavano la sua mente! Timida, ma incuriosita mi feci coraggio e mi avvicinai. Quando mi vide, rimase stupito e cominciò a raccontare: “Tu devi sapere che questo “mare nostrum” ha fatto divenire il nostro territorio importante perché ha permesso ai Focei di arrivare ad Elea.” Io notai che aveva tanta voglia di raccontare e farmi sapere delle cose importanti che io non conoscevo. Colsi l’occasione per invitarlo a scuola affinché potesse soddisfare il desiderio di sapere sia il mio che quello dei miei compagni. Rimase meravigliato perché non si aspettava questo invito, ma subito prendendomi per mano ci avviammo verso la scuola. Mi confidò che era un “asceoto”, lavorava a Napoli e veniva spesso nel suo paese utilizzando il treno perché lui non sapeva guidare. Arrivammo a scuola; i miei compagni rimasero meravigliati quando glielo presentai: “Questo è Francesco Bruno, giornalista, letterato, saggista, critico letterario, ma soprattutto uomo di cultura, un artista che ha saputo cogliere i segni essenziali di cambiamento.” Con i miei compagni, onorati della sua presenza e contenti perché finalmente avemmo il piacere di conoscere colui che ha dato il nome alla nostra scuola e alla piazzetta dove spesso giochiamo. Dal momento che stavamo studiando le correnti storico-letterarie moderne e contemporanee con riferimento a diversi autori: Palazzeschi, Saba, Marinetti, Gozzano… gli abbiamo domandato che cosa ne pensava di questi movimenti culturali. La sua risposta è stata la seguente: “Sono vissuto tra due secoli, ho sempre appoggiato i movimenti che si stavano delineando ed ho commentato il pensiero e il modo di scrivere di diversi autori. Ho scritto tanto su questi fenomeni che mi hanno sempre attratto. Ho dedicato un intero volume al Decadentismo, nel quale colloco al centro dell’attenzione critica Giosuè Carducci, poeta grande e complesso, ma oggi poco apprezzato nelle scuole, accostando il Crepuscolarismo al Simbolismo di Mallarmè. Ho discusso Pascoli, ma anche l’Ermetismo e l’Esistenzialismo, ma senz’altro ad influenzare il mio pensiero è stato il Futurismo, un movimento culturale anticonformista sviluppatosi nel 1909, il cui massimo esponente è Tommaso Marinetti. I futuristi esaltano il progresso e la modernità, il dinamismo e la forza rifiutando il passato. Ho sempre desiderato che il progresso arrivasse anche nella mia terra natia: Ascea, paese affascinante, ricco di cultura, ma purtroppo ogni volta che tornavo qui mi sembrava di tornare indietro. Ad Ascea il progresso ha sempre faticato ad attecchire,dando ragione a Carlo Levi nel romanzo “Cristo si è fermato a Eboli”. Ho amato tanto Ascea, i suoi luoghi, la sua gente … il mare attraverso cui sono arrivati i Focei … Parmenide e il suo pensiero filosofico. Infatti la cultura greca è arrivata nel nostro bellissimo territorio offertoci da Dio, grazie al mare, ma l’uomo ha fatto ben poco per valorizzarlo. Ho amato i classici perché la loro lettura mi rilassava facendomi stare emotivamente bene. Il mio invito per le future generazioni era ed è l’istruzione, tutti devono alfabetizzarsi perché senza istruzione non si può realizzare il progresso. Ricordo i miei compaesani con cui ho condiviso la tragica esperienza delle guerre, ma essendo un pacifista ho rinnegato la guerra come strumento di risoluzione di varie problematiche, perché essendo l’uomo dotato di ragione deve risolvere i problemi con il dialogo e la collaborazione. La guerra provoca solo lutti, distruzione e vittime. A proposito di problematiche ho premuto molte volte,attraverso i miei scritti, sulla questione meridionale (gli scrittori nel mezzogiorno 1981) e ho denunciato le differenze tra Nord e Sud (Paese di eriche e ginestre). Arretratezza, immobilismo, povertà continuavano a caratterizzare il nostro meridione e l’emigrazione aumentava di anno in anno. Mi sono associato alle dure critiche di intellettuali e studiosi meridionali (Salvemini, Fortunato, Nitti) sostenendo come loro che lo Stato risponde solo in parte o non risponde affatto per la risoluzione della Questione meridionale. Nel mio romanzo “paese di eriche e ginestre” sottolineo la mia desolazione e delusione nei confronti della realtà che ci circonda. Questo mio profondo interesse per la realtà trova radici in alcuni movimenti letterari come il Naturalismo francese di cui ho apprezzato Balzac, Flaubert e Zola, le cui opere più famose sono: “Il capolavoro sconosciuto” di Balzac, “Madame Bovary” di Flaubert e “I misteri di Marsiglia” di Zola. In Italia, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, sulla scia del Naturalismo francese si diffonde il movimento del Verismo, che ha alcune sue particolari caratteristiche: concentra l’attenzione sulle campagne e sulla gente semplice e umile, ha un carattere estremamente pessimistico, ha un carattere locale e regionale, non si esprime soltanto attraverso il romanzo, ma preferisce utilizzare la forma più breve della novella, osserva in modo analitico la realtà urbana … L’osservazione analitica è una caratteristica tipica del romanzo sociale, in Italia il più famoso di questi romanzi è “Fontamara” di Ignazio Silone. Anche i miei scritti sono a sfondo sociale, in quanto affrontano le problematiche di Ascea i cui personaggi parlano della realtà che li circonda. Ho sempre ricordato Ascea, questo paese di eriche e ginestre e ne ho apprezzato le verdi colline colorate dal giallo intenso delle ginestre in fiore, quel mare azzurro ricco di storia e bellezza e gli ulivi secolari che come diceva Ungaretti “hanno un alone di luce intorno alle foglie come i santi.” Auspico che voi generazioni future possiate amarlo come l’ho amato io, custodendone il passato, le tradizioni, la storia e spero che nel via vai della vita quotidiana, tra i vostri innumerevoli impegni voi vi fermiate ad osservarne la bellezza, che non dovete né profanare né deturpare e che vi ricordiate del vostro compaesano Francesco Bruno quando vedrete una ginestra sbocciare nelle tiepide giornate estive.” Io e i miei compagni rimanemmo sconvolti e stupiti da quell’amore che aveva verso Ascea, un amore sconfinato. Mi commossi a tal punto da piangere per l’emozione, seguita dai miei compagni che erano allibiti e contenti allo stesso tempo. Quell’uomo oltre a commuoverci aveva arricchito il nostro bagaglio culturale con la sua sapienza e saggezza … Decidemmo che era opportuno porgergli un’altra domanda, stavolta un po’ più personale, ma comunque attinente a ciò che stavamo studiando, gli chiedemmo “Cosa ne pensate della gente di Ascea?” Esitò prima di rispondere, ma deciso ci disse: “Ah, gli “Asceoti” che persone meravigliose! Mi hanno sempre rispettato a tal punto da darmi del “don”… Ricordo quanti problemi hanno affrontato sempre con il sorriso sulle labbra senza mai stancarsi: guerre, emigrazione, analfabetismo, fame etc. Ho sempre partecipato al loro dolore, emotivamente e mentalmente. Sono stato male con loro, ho sofferto con loro, ho pianto con loro e loro con me. So di essere un po’ solitario, ma ho voluto bene a questa gente e anche se a volte non lo dimostravo ho sempre voluto il loro benestare e nient’altro. Ho sempre ricordato il mio popolo, nei miei scritti e ne ho apprezzato la semplicità e la religiosità. Anche io sono molto religioso, infatti vengo qui per partecipare al pellegrinaggio al monte con tutti gli “Asceoti”. Tutta la mia gratitudine, però, va a quegli uomini che si sono sacrificati in guerra, credendo di poter cambiare qualcosa, infatti ogni volta che passo per il monumento dei caduti prego in silenzio per quelle anime che hanno fatto con le armi il mio paese. Mi sono sempre chiesto perché questi “ eroi del Sud”, non vengono riconosciuti a livello nazionale? A proposito voglio parlarvi di Grazia Deledda che ho avuto il piacere di incontrarla. E’ una scrittrice sarda che, come molti autori veristi, attraverso i suoi scritti ha cercato di far conoscere le problematiche del suo paese. Il primo a dedicarle una monografia critica, negli anni trenta, sono stato io, perché nei romanzi della Deledda si configura una cristallina visione del mondo. L’artista media l’immediato, idealizza la realtà, trasfigura ogni impulso caotico. Grazie Deledda “ha dato forma di arte ad un nuovo Romanticismo scalpitante, raccogliendo il messaggio romantico e arricchendolo di significati e valori personali,con la sua opera così riposata e tersa, è una delle voci più significative dei miei tempi.” La nostra insaziabile curiosità divorava quelle sue parole, così significative e sagge e di certo non poteva mancare un’altra domanda: “Avete parlato di differenze tra Nord e Sud e solitamente quando si parla di Sud, ci viene in mente Napoli … quindi vorrei chiedervi cosa ne pensate?” La sua risposta non fu né banale, né scontata: “A Napoli, ci sono vissuto, ci ho studiato e ci ho insegnato e ne ho appreso le culture come se fossero da sempre state le mie. Amo la musica napoletana e sono stato un grande sostenitore della Scapigliatura Napoletana, (movimento sviluppatosi a Nord Italia, armato di uno spirito di ribellione nei confronti della cultura tradizionale e il buonsenso borghese. Gli scapigliati si scagliarono sia contro il Romanticismo italiano, che giudicavano languido ed esteriore, sia contro il provincialismo della cultura risorgimentale guardando in modo diverso la realtà, cercando di individuare il nesso sottile che legava quella fisica a quella psichica Quindi non posso che adorare questa città, che nonostante tutti i problemi che ha affrontato e che deve affrontare, è ancora bella come la ricordo io.” La campanella suonò e tutti ci recammo fuori per tornare a casa. Quando i miei compagni uscirono continuai a cercare quell’uomo per tanto tempo, ma era scomparso... Rassegnata tornai a casa e mi misi a scrivere una pagina di diario nella quale volli immaginare che oggi quell’uomo potesse ancora essere innamorato della sua Ascea e fortemente voglio credere che è in vita per aiutare questo nostro paese che ancora ha tanti problemi.



Federica Novi

2° classificato

Solita giornata, solita routine quotidiana: scuola, studio, attività sportiva, tv ed ora la parte che preferivo, continuarea leggere il mio libro, il cui titolo è “Paese di eriche e ginestre” di Francesco Bruno. Gli occhi scandivano velocemente le parole e le mie mani accarezzavano le pagine del romanzo. Ad un certo punto sentii un torpore forte, acuto ... quando riaprì le palpebre, mi ritrovai sul balcone della mia stanza ad osservare il cielo stellato. Mentre cercavo di rispondere alle domande che pervenivano nella mia testa, una voce alle mie spalle proruppe nel silenzio: ”Bella serata, non è vero?”
A parlare era stato un uomo che non avevo mai visto prima, ma i suoi tratti mi sembravano familiari. Lo scrutai meglio in volto, ma più lo guardavo e più mi rendevo conto che mi sbagliavo: non lo conoscevo. Giacca blu, cravatta dello stesso colore e un’eleganza tale da farmi sentire in imbarazzo, poiché io indossavo il pigiama e le mie pantofoline.
“Scusi ma lei chi è?” mi azzardai a chiedere, con voce flebile, ancora sotto shock. Ma lui non rispose, era, infatti, tutto assorto nei suoi pensieri. Al che un po’ a disagio stavo cercando di dileguarmi, ma il mio tentativo fallì: “Ferma!” Non ne potevo più, ma che razza di sogno era? Però dato che la mia mente voleva giocarmi questo brutto scherzo perché non trovare qualcosa da fare nel frattempo che il giorno mi avesse ridestato?
“Mi scusi, potrei sapere come c’è arrivato qui?” Bella domanda, complimenti…ma se è un sogno! Magari c’è arrivato volando, oppure arrampicandosi su per l’albero. Mi guardò e disse una frase che ancora rammento, identica e precisa: “L’uomo ritorna nella terra in cui nasce, pensa crede ed ama, malgrado ogni avversità; e questo slancio naturale è anche il segno della sua vocazione umana, cristiana e letteraria.” Quelle parole non mi risultavano nuove, però non riuscivo a ricordare dove le avessi ascoltate o lette.
“ Guardando le stelle penso al domani, al mio futuro, tu ci pensi mai al tuo?”
“Eccome se ci penso, ho paura di non riuscire a realizzare i miei sogni” risposi.
“Non bisogna avere paura, bisogna mettersi in gioco. Tutto diviene possibile se noi crediamo di vincere ogni ostacolo”. Per essere un sogno, sto imparando parecchie cose!
“Sono d’accordo. E’ davvero piacevole dialogare con lei.” Fu il pensiero che uscì spontaneo dalla mia bocca.
“Fra due vecchi un accordo molto probabilmente non sarebbe possibile, lo stesso varrebbe per due giovani. Le relazioni diventerebbero precarie per la quasi uniformità delle vedute psicologiche e teoriche. Tra noi due è possibile un confronto costruttivo perché vedi, possiamo entrambi dare qualcosa l’uno all’altro.”
Cadde nuovamente il silenzio sul balcone di casa mia, una nuova pausa di riflessione mi accompagnò. Come avrei voluto sapere cosa passava per la testa a quell’uomo così strano! Magari avessi potuto leggere nel pensiero… la curiosità mi rodeva lo stomaco.
“Ti senti bene?” mi chiese.
Oh no, oh no! Mi ha scoperto! E ora che dico?
“Sà, stavo pensando che purtroppo la nostra società è in crisi… crisi economica, crisi morale…” fu la mia risposta.
Uhm, ottimo diversivo. Bella idea! Secondo me non se n’è accorto.
“La società è oggi arricchita di esperienze secolari e sono perciò moltiplicate le richieste di comodità, persino ad esagerare. Prima la gente si accontentava di poco, del minimo necessario. Oggi non c’è contenimento nelle spese per divertimenti e sprechi quotidiani, sicché la società vuole sì naufragare nel lusso ma fa il passo più lungo della gamba, come si suol dire” esclamò.
“E’ vero. C’è però da dire che le ricchezze sono detenute e sfruttate da pochi” riflettendo parlai ad alta voce.
“L’universo è proprietà di tutti, nessuno può impossessarsene. Ma purtroppo questo accade sempre più spesso” mi disse e guardò dall’altra parte del mio giardino.
“Io credo che questa gente regnerà incontrastata ancora per poco, il bene trionfa sempre sul male” risposi molto decisa.
“Il bene sovrasta la cattiveria, la crudeltà. Ma prima che possa restaurarsi un regno perfetto fra le persone, il male torna ad avvelenare gli uomini”. Ciò mi aveva messo addosso un po’ di cattivo umore.
“Ciò che lei dice non fa una piega, ma è un po’ triste… mi piace pensare che nostro Signore ci protegga e ci illumini”.
“Non credi che siano troppi i peccati e le aberrazioni che andiamo commettendo? E Dio dovrebbe starsene così, con le mani in mano? Siamo degli ingenui se non pensiamo che il Cielo possa castigarci, chiederci conto di quanto perpetrato dalle persone senza Dio e senza coscienza del malfatto. Siamo noi uomini a illuderci operando il male come sistema di vita che il Signore non se ne accorga e che tutto prosegua per il suo verso. Così non è. Non si muove foglia che Dio non voglia. L’Onnipotente registra il minimo atto anche se da noi pensato e non attuato” fu la sua esposizione di idee.
“Io non so lei chi sia, ma il suo pensiero è giusto e molto bello, fa’ riflettere su degli aspetti importanti della società. E’ stata una vera fortuna conoscerla” dissi sinceramente.
“Lo stesso vale anche per me. Ma ora è tardi, va’ a dormire”. Mentre pronunciava quest’ultima frase mi posò una mano sulla testa e mi rivolse un sorriso così caldo da sciogliermi il cuore.
“Fede sveglia!!! Un’ altra volta in ritardo!!!”. Cosa? Che succede? “Muoviti!”. Una mano ferma mi strappò le coperte calde che avvolgevano il mio corpo dalle mani, e fui costretta ad alzarmi. Ma appena sporsi le gambe ciondoloni dal letto, qualcosa cadde per terra. Mi chinai per raccoglierla, e vidi che era il mio libro. Lo girai e non potete immaginare il mio stupore nel vedere tra le note biografiche di Francesco Bruno, il volto dell’uomo che quella notte avevo sognato. Era proprio lui? Sì, non c’erano dubbi. Stessa fisionomia e quelle frasi che avevo già sentito le avevo lette sul suo libro.
In tanti dicono che sognare sia stupido, inutile ... ma io credo che sia la vita di chi non sa sognare a esserlo. Quella notte ho capito quanto sia bello e costruttivo leggere, perché ciò che leggi diventa parte di te e puoi anche sognarlo!!!



Mauro Criscuolo

3° classificato

"Ascea Terra di Parmenide e di Zenone" ma anche patria di Francesco Bruno, nome che è stato dato alla nostra scuola. Incuriosito e attratto da questo nome ho cercato di sapere di più proprio come un giornalista curioso. Desideravo conoscerlo, ho chiesto a diverse persone chi era, mi hanno detto che è un "asceoto" e viene spesso nel nostro paese. Finalmente è arrivato il giorno ... sono corso alla stazione perché per spostarsi utilizza il treno; grande è stata la sua gioia quando ho proposto l'intervista. Ho notato che era un uomo semplice, ma di una ricchezza culturale indescrivibile. Mi ha confidato che è stato un amante della libertà individuale e collettiva sempre saldo al suo regime indipendentista rifiutando tra l'altro offerte politiche. Ha trascorso la sua vita a scrivere, con un occhio critico sempre rivolto alle nuove culture, alle letterature straniere, alle letterature dell’est europeo amando Dostoevskij, Tolstoj e Pasternak perché nei loro romanzi si riflette analiticamente la realtà urbana descrivendola oggettivamente e i personaggi sono persone umili esaminate nella loro drammatica miseria. Ho domandato se nei suoi scritti espone i problemi della sua Ascea. Mi ha risposto: "Paese di eriche e ginestre" narra la storia di uomini e donne cilentane. Mi sono rifatto alla narrativa verista che ha una straordinaria importanza sociale perché consente di portare alla luce temi e problemi che in precedenza non hanno trovato spazio in letteratura, sia di scoprire regioni e ambienti, soprattutto contadini di cui all'epoca pochi conoscono le effettive condizioni. Mi sono rifatto al naturalismo francese, una corrente letteraria che si propone di descrivere la realtà nel modo più obiettivo possibile. Poi ho domandato quali erano le correnti a cui si sentiva maggiormente vicino. Mi ha risposto: “Certamente il Romanticismo mi ha segnato con l’esaltazione del sentimento e della passione come tratti fondamentali che distinguono gli individui, rendendoli unici e irripetibili. Ho apprezzato anche il fatto che la cultura italiana doveva uscire dall’isolamento della tradizione per accostarsi alle letterature straniere, non a caso ho amato anche la letteratura francese, Balzac, Flaubert, tedesca e ultimamente grazie a mio figlio ho incominciato ad apprezzare quella americana. Non posso negare l’amore per la classicità essendo convinto come i classicisti che l’arte del passato abbia raggiunto una perfezione che non può essere superata e che deve essere un costante punto di riferimento per gli scrittori. Quando poi ha puntualizzato sulle correnti del tardo Ottocento ha citato le parole della prefazione a “le due vite di Germinia Lacerteaux 1865” di J. De Goncourt e ha recitato queste parole“ vivendo nel XX secolo un’epoca di suffragio universale,di democrazia, di liberalismo ci siamo chiesti se le cosiddette “classi inferiori” non abbiano diritto al Romanzo […] se in una parola le lacrime che si piangono in basso possano far piangere come quelle che si piangono in alto. Con questa citazione voglio confermare che i protagonisti di diversi miei scritti sono uomini e donne delle classi inferiori spesso schiacciati dal peso delle trasformazioni storiche e anche dalle calamità naturali. Ho domandato anche: “il periodo storico in cui ha vissuto ha influenzato la sua crescita personale e professionale?” “Ho vissuto tra Ottocento e Novecento, nel periodo del primo e secondo conflitto mondiale, ho sopportato tante ingiustizie, il periodo fascista mi ha segnato, sono stato anticonformista, non sono mai sceso a nessun compromesso, avendo a cuore il benessere sociale e una vita dignitosa per tutti i cittadini che dovranno avere il diritto all’istruzione, perché solo con l’istruzione si può avere il progresso. Ho esaltato i futuristi, perché suscitavano molto scalpore nel mondo letterario per il loro anticonformismo, per la decisione con cui rigettarono il passato e per l’entusiasmo con cui inneggiarono al futuro.”

tirsdag den 25. juni 2013

Il Premio Letterario Mogensen-Bruno, 4^ edizione 2013



Il Premio Letterario ‘Mogensen-Bruno’

ELSE MOGENSEN IN MEMORIAM

4^ edizione 2013



Quest’anno per lo svolgimento dei temi partecipanti alla 4^ edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno per il miglior tema scritto da un alunno della terza classe della scuola media di Ascea gli alunni dovevano commentare in modo libero e personale la poesia in vernacolo ‘Na palummella Ianca’ di Salvatore Di Giacomo, anche ispirandosi all’attività di critico e saggista di Francesco Bruno che su questo autore scrisse un famoso studio critico (Salvatore Di Giacomo, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2001).
Il dottor Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi, la dottoressa Leila Rasheed e il dottore René Mogensen hanno valutato i temi. La vincitrice del primo premio è stata Angela D’Angelo, il terzo premio è andato a Marco Elio de Marco e una menzione di merito a Katia Del Prete; la Commissione ha deciso di non assegnare il secondo Premio ai rimanenti elaborati in quanto in essi si è notata purtroppo la mancanza di quello spirito creativo e dell’interesse genuino per la letteratura che dovevano essere i presupposti necessari per l’assegnazione del Premio stesso.

Temi vincitori 2013


Temi vincitori 2013

Angela D’Angelo

1°classificato

L’uomo è il fuoco, la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia”.
Proverbio veritiero, vivo, forte. Espressione del popolo, che rappresenta la vera cultura di una nazione. Molti scrittori si sono interessati a questa folla indistinta: tra questi vi è il siciliano Giovanni Verga, il quale cita questo proverbio nel suo capolavoro “I Malavoglia” per bocca del capofamiglia Toscani.
Il popolo, il popolo. Tanto caro all’arte, ispiratore di nobili menti, di celebri mani “scrittrici” di una realtà forte ed indissolubile, fedele nei secoli ad un proprio patrimonio culturale.
Cos’è che rende il popolo oggetto di tanto interesse, di tanta ammirazione da parte di coloro che osservano e riportano quanto visto? Io, leggendo alcune opere di diversi autori, ho potuto constatare che la primordiale attrattiva del popolo è la passione, la quale brucia, divampa; è una mano capace di “smascherare” tutte le finzioni dell’anima e di mostrare la vera essenza di noi esseri umani.
Tra gli scrittori italiani che più si sono fatti portavoce del loro popolo vi è il napoletano Salvatore Di Giacomo, espressione veritiera e schietta della folla partenopea.
Il Di Giacomo, poeta, novelliere, scrittore di teatro nonché saggista, nelle sue opere ha saputo combinare in modo originale l’eleganza e la quotidianità del dialetto napoletano; con la musicalità e l’infinita dolcezza dei suoi versi sorprende e tocca nel profondo il lettore perché riesce a mostrare, con il suo vernacolo, la vera realtà della vita popolare, evocandone i suoni, i colori, gli odori.
Napoli appare quanto mai viva nelle strofe del Di Giacomo: è una città in cui si vive una vita di sopravvivenza, dominata dalla passione, il cui più elevato mezzo di espressione è l’amore.
L’amore che ritorna nei versi digiacomiani come il vero motivo della loro stessa esistenza: la poesia “Na palummella ianca”, infatti, è il pianto segreto, triste e malinconico del poeta, il quale invoca l’amore, che sembra avergli “voltato le spalle”. In questa poesia il poeta non ama Carulina in quanto donna: prova un senso di venerazione per l’amore in sé, visto come qualcosa di sublime, di platonico, non semplicemente come richiamo dei sensi, di attrazione fisica.
Il confine tra il metafisico ed il reale è quanto mai sottile: il poeta, infatti, sceglie come testimone del suo amore non corrisposto una tenera colomba, il simbolo della pace.
Non mi sorprende che l’autore abbia scelto come “confidente” proprio la tenera “palummella”, che sembra lenire le sue sofferenze con l’aggraziata figura: guardando gli occhi acuti ed intelligenti della colomba, il poeta stabilisce un contatto etereo con Carulina, conosce le azioni della ragazza grazie ad una “voce” amica, immaginaria ma attesa con febbrile emozione.
Per il poeta è straziante amare Carulina e non essere da lei amato: il paradosso è che nonostante lui abbia cercato di dimenticarla, il suo cuore ha prevalso ed ancora prevale sulla ragione, il sentimento trionfa sul raziocinio, riportando una vittoria agognata ma al contempo non voluta.
È duro e lacerante attendere per dodici lunghi mesi una risposta ai bisogni del proprio cuore: vi è un’incertezza da parte della ragazza che strazia, seppur inconsapevolmente, fisicamente e psicologicamente il poeta. Il quale, a rigor di logica, maledice il giorno in cui il suo corpo venne pervaso dalla freccia scoccata dal figlio di Afrodite; la disperazione quasi lo spinge a pensare che molto probabilmente Carulina lo rimpiangerà soltanto quando sarà morto, ritornando alla terra che lo ha generato.
Le strofe della poesia sono intervallate da due versi molto dolci e musicali, che rispecchiano fedelmente la già descritta condizione del poeta.
Goethe, nel suo romanzo “Le affinità elettive”, scrisse: “L’amore è fatto così, da credere di avere esso solo dei diritti e che tutti gli altri spariscano dinanzi a lui”.
È infatti l’amore che fa muovere il mondo: ho più volte immaginato come sarebbe il nostro pianeta privo di uno degli affetti più nobili che esistano. Sarebbe … semplicemente orribile: noi esseri umani siamo emozioni, nient’altro che emozioni. Siamo stati generati con la facoltà di amare e godiamo del privilegio di essere amati: l’amore è la cornucopia da cui attingiamo per il nostro sostentamento, il “diavolo” e la stessa fiamma che si sprigiona tra il “fuoco” e la “stoppa”; grazie a questa “combustione” il calore e la luce emanati illuminano, confortano e riscaldano tutti gli esseri viventi.
Esemplare e degna di lode è tutta l’opera del Di Giacomo: come ha scritto il nostrano critico e saggista Francesco Bruno nel suo saggio critico sull’autore partenopeo, il Di Giacomo prende in esame le vicende della Napoli post-Borbonica, trasmettendo l’immagine “di una città attraversata da una profonda crisi e sconvolta da un improvviso smarrimento”.
Il Di Giacomo, quindi, è testimone e portavoce di quella vita che si svolge lì, in quei quartieri tappezzati dai panni stinti stesi al sole ad asciugare, con il rumore del tempo che passa di giorno e, di notte, il suono di una dolce serenata al chiaro di luna, un delicato arpeggio di chitarra rivolto … ad un cuore.



Marco Elio De Marco

3°classificato

Il giorno che venni a sapere del concorso sul commento della poesia di Salvatore Di Giacomo intitolata “Na Palummella Ianca”, subito mi venne in mente di chiedere aiuto alla mia maestra delle elementari “Anna Palladino” che ha un rapporto di parentela con il critico cilentano Francesco Bruno.
L’amore, è il sentimento più ricorrente nelle liriche di Salvatore di Giacomo e in “Palummella Ianca” è un amore struggente e sofferto raccontato dall’autore. Un amore non corrisposto che attende con impazienza il giorno in cui possa essere ricambiato.
La donna amata da Di Giacomo è una certa Carolina che da un anno ormai, gioca con i sentimenti dell’amante che si strugge di dolore per non essere stato ancora corrisposto. Unica grande certezza del protagonista è quella farfalla bianca che vede ogni mattina, topos letterario quello dell’uccello usato da Pascoli e Leopardi che rappresenta per il poeta la speranza di una risposta, un’amica a cui confidare le proprie angosce.
Simbolo della fiducia che l’innamorato ripone quotidianamente nel giorno nascente carico di notizie tanto attese. “Ti voglio bene assai ma tu non pensi a me … ” il ritornello dettato dal cuore , spasimante d’amore … La consapevolezza dolorosa di non essere ricambiato e soprattutto di non essere altrettanto importante per la propria amata … La sofferenza di cui il poeta è consapevole dell’ impossibilità di potersene liberare. Liberarsi da quel sentimento che sta provocando tanto dolore è impossibile! La ragione direbbe “basta, dimenticala! ” Ma il cuore non ascolta un simile lamento … Il cuore dell’ innamorato maledice il giorno in cui abbia avuto inizio questa storia perché è cosciente del fatto che sta soffrendo, ma sa anche che non può liberarsi da quel sentimento. Non è possibile! La stanchezza di vivere queste struggenti emozioni non basta all’innamorato per privarsi di quel sentimento tanto dolce e caro quanto doloroso e distruttivo.
Una farfalla bianca, morbida come la mano di un bimbo è in questo mare naufragata. E’ la voce di un bimbo che grida “Spera!” E’ la voce del cuore che detta “abbi fiducia, non arrenderti!”. Ma come una farfalla bianca, è una speranza debole e fragile!!



Katia Del Prete

Classificato ‘Menzione di merito’

Te voglio bene assaie, e tu nun pienze a me!
Lo scenario spesso fiabesco è uno dei tratti di realtà di cui il poeta Salvatore di Giacomo si serve per sostare sulla fedeltà delle cose. Lo stesso dialetto usato, di una dolcezza e raffinatezza senza eguali, regala effetti di colore mescolati alla musicalità più aurea.
A Marechiaro nce sta na fenesta … era l’anno 1885 quando il grande poeta scriveva in alcuni suoi versi di una finestrella a picco sul mare, adornata di un vaso di garofani … dietro quella finestra, nella sua stanza, dorme Carolina, un innamorato la invoca con una appassionata serenata, mentre nelle onde del mare sottostante i pesci amoreggiano al chiaro di luna e sotto le stelle. Di Giacomo ama la dolcezza del chiaroscuro, il ricordo perduto nell’inseguimento mite e fragile alla donna, così come fa nei versi di Na palummella janca: la sua mente, non appena sveglio, rivolge il pensiero alla donna amata, di un amore, però non corrisposto e quindi vissuto soltanto nel profondo del suo cuore. Al pensiero di lasciarla viene fuori la sua fragilità e la sua debolezza, nonché il suo schietto tormento di uomo romantico che si lascia trascinare e conquistare dall’amore non corrisposto. Di lui, infatti, Benedetto Croce disse: “Uno dei rari poeti schietti dei tempi nostri (…) temperamento amoroso, malinconico, triste ed anche passionale, amaro e tragico”.
La consapevolezza di un amore non ricambiato e di conseguenza di un sentimento che dà più amarezza che gioia, fa venir fuori la sua dipendenza dal cuore, dalle emozioni, dal desiderio naturale di amare ed essere amato, per cui alla fine non gli rimane che riconoscersi lucido nel comprendere il nonsenso del rapporto, e pur tuttavia “folle” nel sottomettersi all’arrogante passionalità del cuore.
È proprio nella poesia che la sua forza si libera, inducendo il lettore alle più svariate riflessioni, così come ha saputo fare appunto in Na palummella janca. Le storie di amore nascono, vivono e si nutrono di puro sentimento, sentimento che profuma di bellezza, gioia, esuberanza per chi si affaccia, come me, a solcare i passi della vita. È troppo affascinante l’amore per potergli resistere, ma è triste rendersi conto che anch’esso ha due facce e quando ci si ritrova a vederne il lato oscuro non si ha la forza, tante volte, di rinunciare a rincorrere la felicità. E come ci insegna il grande Francesco Bruno, critico letterario, narratore e poeta tra i maggiori più noti del 900, bisogna saper vivere liberi, mai sottomessi ai giochi di potere, mai passivi nell’accettare allettanti proposte da parte di chicchessia, con quella attenzione particolare invece incentrata sulla contrapposizione tra BENE e MALE. La felicità è veramente tale soltanto quando si vive un amore trasparente, che ti fa sentire libera e serena, nella consapevolezza che mente e cuore battono meravigliosamente all’unisono. Ma … non è difficile, purtroppo, che ci si possa innamorare di qualcuno che non ne voglia sapere nulla di noi. Ed è proprio in questo caso che l’innamoramento mostra con prepotenza anche l’altra sua faccia, rivelandosi fonte di indicibile sofferenza che contribuisce a distruggere ogni forma di speranza. Spesso si finisce con il pensare e credere che nella vita non ci sarà mai nessuno che si accorgerà di noi. E come recita una canzone di Venditti … “Ci vorrebbe un amico”.
Sì, nei momenti più difficili e bui è necessario ancorarsi a tanti bei valori quali la famiglia, l’amore dei genitori sempre pronti ad asciugare le lacrime, la complicità degli amici, con cui coltivare ideali o condividere idee. Ma anche sapersi aprire alla generosità e alla solidarietà verso gli altri, per non perdere mai di vista che, tutto sommato, l’adolescenza bisogna saperla vivere spensieratamente e con un po’ di leggerezza, godendosi tante cose belle che la vita offre; anche se di tanto in tanto, comunque, meglio una delusione che non mettersi affatto in gioco. Insomma bisognerebbe avere la freschezza della nostra età e l’esperienza dei grandi per lasciar cadere le situazioni impossibili e volare verso quelli che saranno gli orizzonti stupendi della vita. E quando l’amore diventa poesia mi verrebbe da scrivere così:
Na palummella janca me sceta ogni matina,
dicenneme: tu ‘o ssaje, te voglio bene assaje.

mandag den 23. juli 2012

Il Premio Mogensen-Bruno, terza edizione 2012


Il Premio Mogensen-Bruno, terza edizione 2012



Quest’anno per lo svolgimento dei temi partecipanti alla 3^ edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno bisognava partire dall’analisi di alcune pagine tratte dal romanzo postumo di Francesco Bruno Paese di eriche e ginestre, (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Roma, Milano 1999).
La tematica da trattare riguardava in particolare il modo di porsi dell’uomo di oggi nei confronti del proprio passato storico partendo dall’atteggiamento dell’anziano Arcangelo, protagonista del romanzo e grande estimatore dell’antica Velia. Il dottore Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi e la dottoressa Else Mogensen hanno valutato i temi. Il vincitore del primo premio è stato Natalia Graziuso e il secondo premio è stato assegnato ad Francesco Luciano; la Commissione ha ritenuto di non assegnare quest’anno il terzo posto in quanto nessuno dei temi pervenuti oltre i due ritenuti migliori rispondeva ai canoni fissati dal Regolamento del Premio.

Temi vincitori 2012


Temi vincitori 2012

1°classificato: GRAZIUSO NATALIA

‘Aveva piovuto’, così inizia il testo da commentare e così voglio iniziare.
Francesco Bruno, giornalista, critico letterario, narratore e poeta nato ad Ascea nel 1899, in queste righe descrive diversi aspetti dell’ambiente e della civiltà di quegli anni che comunque contengono problemi di attualità, problemi con cui conviviamo ogni giorno. Parla dell’inquinamento, delle fratture religiose confrontate e paragonate da Arcangelo, il protagonista del brano, al passato e al suo presente. Arcangelo nutre un certo interesse per la storia, soprattutto per la storia di Velia. E’ molto tradizionalista tanto da criticare i cambiamenti della società mentre sua moglie cerca sapientemente di farlo ragionare dicendogli che è impossibile fermare il corso degli eventi. Arcangelo dedica una parte del suo tempo alla consultazione di documenti storici riguardanti il decadimento civile e culturale delle popolazioni. Prima della sua regressione Velia era stata teatro di importanti avvenimenti; Zenone e Parmenide ne sono la prova. La famiglia Rizzuti, altra famiglia di quel tempo, aveva creato un museo dove con la raccolta di tutti i reperti importanti ne aveva ricostruito la storia e la letteratura. Velia fu fondata nel 546 a.C. dai Focei, popolazione fuggita dall’Asia Minore a causa di un attacco persiano e il personaggio più ricordato della loro civiltà è proprio Parmenide. Nel museo vennero conservate monete dell’epoca eleatica che lo raffiguravano con una barba fluente, come medico e filosofo. Arcangelo lo vede con gli stessi occhi con cui noi oggi guardiamo un attore o presentatore e ne prendiamo esempio. La stessa storia che era avvenuta in passato si ripete nel tempo anche se in diverse situazioni, come un corso e ricorso storico e noi possiamo migliorare il nostro futuro traendo spunto dai dettagli del passato. Quando si visitano gli scavi di Velia molti pensano che si tratti solo di un ammasso di pietre, però quell’ammasso di pietre è ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato. Noi dobbiamo quindi porci una domanda: cosa vogliamo lasciare ai posteri? Le crisi, l’inquinamento, le guerre? O un mondo onesto dove poter vivere, non in pace perché sarebbe chiedere troppo, ma almeno dove vivere bene? Ora io sono qui, con i miei quattordici anni, a scrivere ed è facile usare le parole ma per cambiare le nostre vite e le vite future non c’è bisogno delle parole ma dei fatti, i fatti che mancano nella società di oggi. Nel testo c’è una parte in cui è scritto: ‘Non aveva torto Arcangelo che, lavorando e conciliandosi con la natura, non voltava le spalle alle divinità, ai sogni, che potenziavano in lui la nativa disposizione alla creatività’, forse è proprio questo che manca: i sogni, la creatività. I sogni vengono celati per riuscire a mantenere il tenore di vita della realtà di oggi finchè non scompaiono, pochi realizzano il proprio sogno; mentre la creatività sta perdendo sempre più importanza. Si dovrebbe dare più spazio alle nuove menti che sperano ancora in un mondo migliore e, solo allora, forse, potremmo aspettarci dei cambiamenti.


2°classificato: LUCIANO FRANCESCO

Il romanzo Paese di eriche e ginestre espone un problema del tempo in cui è stato scritto che è anche attuale: dobbiamo mantenere le tradizioni e le usanze del passato, o essere più innovativi e stare al passo con la società che si evolve ogni giorno? I coniugi presenti nel romanzo ci fanno riflettere se restare radicati a certe tradizioni come fa Arcangelo ‘lavorando e conciliandosi con la natura’, oppure pensare come Celeste, affermando che ‘le epoche contraddistinte dalla storia mutano tanto che noi stessi non riusciamo a catalogarle’. Arcangelo possiamo definirlo uno studioso amante del passato che, attraverso paragoni e raffronti tra ieri e oggi, cerca di dare delle spiegazioni alle situazioni sociali e spirituali del suo tempo, mentre Celeste ci fa pensare a una persona che guarda al futuro senza tener conto del passato. Arcangele e Celeste forse rappresentano i giovani d’oggi? Pensiamo che essere ragazzi significhi amore per le novità: tecnologia, musica, moda, voglia di libertà e chiusura verso il passato? Come è vero! Quando parla un anziano, al giovane dà fastidio e subito gli si dice:’Ma tu sei antiquato! Fai parte di un’altra epoca!’ Non parliamo poi della chiusura verso il passato storico. Ma riflettendo un po’, scopriamo che il risultato di tanta tecnologia deriva da una continua ricerca iniziata dai nostri nonni, se siamo giunti a questo tipo di musica è perché anche i nostri antenati hanno amato quest’arte e, studiandola e perfezionandola, oggi abbiamo i vari tipi di musica. Il presente non è altro che il frutto del nostro passato. Le tradizioni e le usanze sono le nostre origini. Disdegnare queste ultime significa vergognarsi di quello che si è. La storia ci insegna che l’uomo si ritrova spesso ad affrontare in epoche diverse e in luoghi diversi le stesse problematiche. Dovremmo quindi fare tesoro delle esperienze passate per affrontare con maggior successo le difficoltà che la società di oggi ci chiede di superare. Penso che bisogna non solo studiare le nostre tradizioni, origini e la storia passata ma lasciarci anche emozionare. Spesso mi rendo conto che le persone non provano più emozioni verso alcuni momenti storici, come ad esempio l’olocausto. L’uomo, guardando al passato, ha la possibilità di evitare oggi gli errori commessi per egoismo, sete di potere e odio verso il prossimo. Non studiamo solo per essere eruditi ma anche per formare in noi una certa sensibilità verso il mondo che ci circonda e per essere dei protagonisti del nostro futuro. Per creare oggi delle solide fondamenta su cui poggiare il nostro domani è necessario studiare il passato perché studiando il passato impariamo la vita!

lørdag den 2. juli 2011

Il Premio Mogensen-Bruno, seconda edizione 2011



Quest'anno agli studenti è stato chiesto di scrivere un testo critico nello spirito di Francesco Bruno sulla fiaba di Hans Christian Andersen, "I vestiti nuovi dell'imperatore" e tenta di applicare il metodo di Bruno alla fiaba. Il dottore Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi e la dottoressa Else Mogensen hanno valutato i temi. Il vincitore del primo premio è stato Egidio Pinto, il secondo premio è stato assegnato ad Alessandra Maria Pizza e il terzo premio assegnato ad Arianna Perretta.

onsdag den 15. juni 2011

Temi vincitori 2011

Egidio Pinto

Tema vincitore primo premio

C'era una volta il mio salvadanaio. Avevo racimolato una cifra considerevole che mi permetteva di comprare un paio di jeans 'griffati' costosissimi, identici a quelli di un calciatore famoso. Avevano delle macchie bianche distribuite ad arte e degli strappi all'altezza delle ginocchia e del fondoschiena. Tutti i miei amici li apprezzarono tantissimo, ma quando li mostrai orgoglioso a mio nonno, mi guardò sbigottito dicendo: 'Ma sono sporchi e rotti!'. Leggendo alla luce di questo mio ricordo la fiaba I vestiti nuovi dell'imperatore di Hans Christian Andersen, nella quale si racconta della truffa ordita ai danni di un imperatore vanitoso e smascherata dall'innocenza di un solo bambino. Mi sono sentito nudo come l'imperatore indossando i miei jeans e ho intravisto, nella considerazione di mio nonno, la spontanea affermazione di quel bambino. Per questo motivo ho deciso di non indossare più quei jeans e di pensarci bene prima di sprecare i miei soldi per qualcosa che non mi piace davvero, anche se lo impone la moda. Ma avrei fatto questa riflessione se mio nonno non mi avesse aperto gli occhi? E cosa sarebbe accaduto se il bambino della favola non avesse detto la verità sulla nudità del re? Probabilmente i due imbroglioni avrebbero convinto anche il popolo ad imitare il proprio sovrano, producendo per tutti abiti rigorosamente tessuti di 'nulla'. Se poi Andersen fosse vissuto oggi, nell'era dei mass-media, i suoi abiti 'fasulli' sarebbero stati paradossalmente prodotti da illustri firme della moda ed in breve tempo avrebbero conquistato il mercato mondiale. Sono diversi gli insegnamenti che si possono ricavare da questa storia: si parla di vanità punita e messa in ridicolo, della paura di riconoscere i propri limiti, della verità che prima o poi emerge. Ma c'è un filo conduttore comune che rende questa fiaba quanto mai attuale e degna di essere letta: il conformismo. Quali che siano i motivi che spingono re, ministri e sudditi a credere ai due imbroglioni, di fatto tutti si conformano a ciò che viene spacciato come vero, senza preoccuparsi di approfondire i dubbi che sicuramente li avranno colpiti. In questo senso i miei jeans strappati non sono molto dissimili dagli abiti dell'imperatore, come purtroppo non lo sono nemmeno le ragazze che rischiano l'anoressia per somigliare a delle modelle simili a scheletri, spacciate come personificazione della vera bellezza. E quanto somigliano ai vestiti invisibili della favola i miti dei personaggi dello spettacolo o dello sport, che senza particolari meriti, vengono osannati e presi ad esempio come nuovi eroi del nostro tempo? Odierni vestiti dell'imperatore possono essere considerate le visioni e l' eccitazione che provoca lo 'sballo' da stupefacenti, pur di raggiungere il quale, tantissimi ragazzi si rovinano l'esistenza. Non voglio dire che tutti i mali della nostra società derivino da questo piatto conformismo, ma sicuramente esso è responsabile della loro larga diffusione. Andersen/bambino smaschera la superficialità di adulti, aristocratici e imperatore non conformandosi alla massa. A noi il compito di smascherare gli inganni e i pericoli del nostro tempo non conformandoci alla massa.


Alessandra Maria Pizza

Tema vincitore secondo premio

La fiaba ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ di Hans Christian Andersen è la parodia di uno dei peggiori vizi dell’uomo: la vanità. Talora, purtroppo, tale vizio si accompagna ad altri altrettanto odiosi quali la prepotenza e l’adulazione. Nel racconto nessuno davanti al re osa dire che quel vestito che indossa è fatto di un tessuto che semplicemente non esiste, né chi detiene il potere, né chi ha solo paura di esprimere una propria opinione ed essere libero dalla sottomissione. Sono tutti acquiescenti, tranne un bambino, che non ha paura del potere, o meglio non lo conosce e non vi ha nulla a che fare. ‘Perché l’arroganza del potere puoi vestirla d’oro e d’argento, ma sarà sempre miserabilmente nuda come la verità’. Come diceva Ursula Le Guin ‘Ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie’. E queste storie, anche se rivisitate e magari corrette, sono arrivate ai giorni nostri, e non esiste strumento migliore per parlare ai piccoli bambini di una cosa complicata come la vita. La storia si ripete e la morale di questa fiaba è riconducibile alla realtà d’oggi. Basta avere denaro e potere e tutti sono ai tuoi piedi. Inoltre nella società odierna, con le innovazioni tecnologiche e l’attaccamento sempre più accanito alle mode di turno è più importante apparire che essere sé stessi. La fiaba interessa noi lettori moderni per il semplice fatto che Andersen ha trattato argomenti che non sono sconosciuti alla nostra memoria, argomenti universali che si tramanderanno di generazione in generazione: la vanità, la prepotenza e l’adulazione. Esse secondo me sono sempre esistite in forme differenti e tutte le civiltà hanno avuto chi ha saputo vantarsi e approfittare della propria posizione sociale. La storia riguarda argomenti difficili da trattare con una semplicità che solo l’autore poteva conferire a questa fiaba. La semplicità e l’innocenza dei bambini è ciò che c’è di speciale nella fiaba. La storia c’insegna che quando le cose sono ingiuste e sbagliate c’è sempre qualcuno o qualcosa che sarà capace di smascherarle e la fiaba merita di essere letta affinchè nessuno possa cadere, come il re, nella stupida vanità. Il re che esce per il corteo nudo rappresenta la nitida immagine del suo carattere: vanitoso, ricco, autoritario, ma ciò che manca è la ragione. La ragione fa sempre da sovrana e la verità viene sempre a galla. Penso che la ragione e la semplice verità siano essenziali in una persona. Quando viene a mancare una sola di queste caratteristiche fondamentali la stupidità salta fuori e nessuno potrà più nasconderla. Per me il messaggio finale che Andersen ha voluto trasmetterci scrivendo questa fiaba è quello di essere sempre noi stessi, nel bene e nel male, senza farsi mettere i piedi in testa da persone stupide e vanitose seppur potenti e autoritarie. In fondo, come Andersen ci ricorda, ‘La vita di per sé è la favola più fantastica’.

Arianna Perretta

Tema vincitore terzo premio

La fiaba ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ di Hans Christian Andersen è la parodia di uno dei peggiori vizi dell’uomo: la vanità. Talora, purtroppo, tale vizio si accompagna ad altri altrettanto odiosi quali la prepotenza e l’adulazione. Nel racconto nessuno davanti al re osa dire che quel vestito che indossa è fatto di un tessuto che semplicemente non esiste, né chi detiene il potere, né chi ha solo paura di esprimere una propria opinione ed essere libero dalla sottomissione. Sono tutti acquiescenti, tranne un bambino, che non ha paura del potere, o meglio non lo conosce e non vi ha nulla a che fare. ‘Perché l’arroganza del potere puoi vestirla d’oro e d’argento, ma sarà sempre miserabilmente nuda come la verità’. Come diceva Ursula Le Guin ‘Ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie’. E queste storie, anche se rivisitate e magari corrette, sono arrivate ai giorni nostri, e non esiste strumento migliore per parlare ai piccoli bambini di una cosa complicata come la vita. La storia si ripete e la morale di questa fiaba è riconducibile alla realtà d’oggi. Basta avere denaro e potere e tutti sono ai tuoi piedi. Inoltre nella società odierna, con le innovazioni tecnologiche e l’attaccamento sempre più accanito alle mode di turno è più importante apparire che essere sé stessi. La fiaba interessa noi lettori moderni per il semplice fatto che Andersen ha trattato argomenti che non sono sconosciuti alla nostra memoria, argomenti universali che si tramanderanno di generazione in generazione: la vanità, la prepotenza e l’adulazione. Esse secondo me sono sempre esistite in forme differenti e tutte le civiltà hanno avuto chi ha saputo vantarsi e approfittare della propria posizione sociale. La storia riguarda argomenti difficili da trattare con una semplicità che solo l’autore poteva conferire a questa fiaba. La semplicità e l’innocenza dei bambini è ciò che c’è di speciale nella fiaba. La storia c’insegna che quando le cose sono ingiuste e sbagliate c’è sempre qualcuno o qualcosa che sarà capace di smascherarle e la fiaba merita di essere letta affinchè nessuno possa cadere, come il re, nella stupida vanità. Il re che esce per il corteo nudo rappresenta la nitida immagine del suo carattere: vanitoso, ricco, autoritario, ma ciò che manca è la ragione. La ragione fa sempre da sovrana e la verità viene sempre a galla. Penso che la ragione e la semplice verità siano essenziali in una persona. Quando viene a mancare una sola di queste caratteristiche fondamentali la stupidità salta fuori e nessuno potrà più nasconderla. Per me il messaggio finale che Andersen ha voluto trasmetterci scrivendo questa fiaba è quello di essere sempre noi stessi, nel bene e nel male, senza farsi mettere i piedi in testa da persone stupide e vanitose seppur potenti e autoritarie. In fondo, come Andersen ci ricorda, ‘La vita di per sé è la favola più fantastica’.