Il premio Mogensen-Bruno è instituito dalla Dotoressa Else Mogensen in collaborazione con la famiglia Bruno, perché è importante leggere e conoscere bene quello gli scrittori e le scrittrici del nostro paese hanno scritto e scrivevano perché il loro modo di pensare è anche parte del nostro patrimonio, il loro ambiente è anche il nostro. L'identità di Bruno si formò ad Ascea mentre cresceva qui, e leggendo le sue opere, si riconoscono emozioni comuni e modi di pensare che sono stati distillati da una grande mente.

Francesco Bruno

Francesco Bruno
Nato ad Ascea nel 1899, Francesco Bruno era uno dei più importanti e famosi giornalisti e critici letterari di Novecento. Bruno ha scritto narrative con relazione ad Ascea e Cilento, però sopratutto ha scritto molto sulla cultura meridionale con le radici di Elea/Velia, e lui ha tracciato la nostra cultura dall'antichità via Giambattista Vico e il grande scolaro di lingua e letteratura italiana, Francesco De Sanctis, a Benedetto Croce. Ha scritto di Alfonso Gatto, un poeta favorito da molti cilentani, e sulle opere di molti altri scrittori e personalitè letterari del mezzogiorno.

søndag den 21. juni 2015

Temi vinciatori 2015

Danilo Frattini

1° CLASSIFICATO
E’ un caldo pomeriggio di aprile ed io mi accingo a studiare. Apro la finestra della mia camera e incantato mi soffermo ad osservare l’azzurro del mare. Da lontano ascolto gli schiamazzi dei bambini che giocano in strada e per qualche attimo ripercorro la stessa sensazione di libertà e spensieratezza provata durante la scorsa estate. Ad un tratto mi sovviene il pensiero del libro che ho lasciato aperto sulla mia scrivania, così comincio a studiare. Che fatica! Che noia! Francesco Bruno però mi motiva; innanzitutto è un mio concittadino e ne sono orgoglioso; sono due anni che con i miei compagni lo stiamo conoscendo. In “storia e genesi delle avanguardie letterarie: Il Futurismo” spiega che “agli inizi del Novecento l’arte e la filosofia non riuscivano più a mantenersi tranquille, non potevano più reggere l’impeto tumultuoso della vita in continuo cambiamento ed evoluzione. La letteratura, le arti figurative e la musica erano smaniose di evadere dal cerchio della consuetudine che le mortificava e le appiattiva”. Inoltre: “nei primi anni del Novecento, le avanguardie europee Futurismo, Dadaismo, Surrealismo ed Espressionismo esplosero con lo scopo di frangere gli ostacoli che si sovrapponevano al libero e genuino sbocciare delle intuizioni e dei sentimenti”. I cambiamenti avutisi nei rapporti dell’uomo con quanto lo circonda gettano le basi di nuovi e diversi codici artistici. È questa un’epoca in cui comincia a consolidarsi un comune spirito antiborghese, cosicchè molti si trovano schierati su posizioni di tipo anarchico e rivoluzionario. Sorge quindi una grande letteratura che mette in risalto una coscienza dello squilibrio e che turba la sicurezza dell’individuo e della società scavando fino in fondo nei risvolti più segreti dell’uomo. In questo contesto si inserisce il dramma di F. Bruno che evidenzia delle personalità che rispecchiano le sofferenze dell’uomo moderno. Anche la musica, il cinema, il teatro e varie forme di spettacolo e generi artistici sono influenzati da queste tendenze. Il dramma La sola stella rispecchia i cambiamenti dell’uomo moderno che soffre di solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai. È questo il periodo in cui si afferma la psicoanalisi di Freud in grado di spiegare alcuni comportamenti dell’uomo, ma è anche il momento in cui prende forma una nuova tendenza culturale a Zurigo, nella Svizzera neutrale alla vigilia della prima guerra mondiale: è il Dadaismo che interessa le arti visive, la letteratura e la grafica. Stravolge gli standard dell’epoca ed enfatizza la stravaganza e l’umorismo. È nel Dadaismo che il nostro letterato si riconosce perché come i Dada è stato un accanito pacifista; l’altro elemento che accomuna il nostro artista ai dada è l’assoluta originalità della sua opera. Quando il Dadaismo scompare, infatti a breve nasce il Surrealismo in Francia per iniziativa di Andrè Breton, movimento che proponendo nuove forme di esperienza anch’ esse opposte alla logica borghese, arriva a scoprire nuovi territori dell’umano. In questo movimento infatti dominano il sogno, la magia, l’erotismo, il fantastico e tutto ciò che tende a mirare ad un cambiamento di vita. È nell’ ambito di questo particolare filone artistico e letterario che Francesco Bruno elabora la sua rappresentazione drammatica intitolata La sola stella. Il testo autografo dell’atto unico viene trovato nel 2000 a Napoli nella casa di Francesco Bruno ed è stato scritto ad Ascea. Il figlio dell’autore Elio Bruno ne “L’Antiquario e la consorte” testimonia che i fogli di questo dramma, ritrovati ingialliti per il lungo tempo trascorso non presentano nè correzioni nè cancellature. Nella prima scena è narrato un episodio accaduto che regge la successiva impalcatura fra temi sociali e il protagonista è Giuseppe Marino che nel dramma diventerà Armando, amico fraterno di Bruno. Il dramma nasce sotto il segno del realismo e il percorso realistico si rifà ad una realtà osservata e descritta. In questo atto unico vengono infatti descritte la vita quotidiana, le disavventure, le aspirazioni e le passioni dei suoi personaggi. Il sentimento è un tema centrale che si manifesta sotto forma sia di amicizia che di amore. La sola stella presenta le caratteristiche del dramma borghese sviluppatosi in Europa tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, allo scopo di descrivere tragedie domestiche e vicissitudini di personaggi non più eroici come accadeva in passato. In quest’ opera si delineano cinque personaggi: Aurelio Vicini, zio Renato Vicini nipote, Armando Benizzi amico fraterno di Renato, Elena, e Maria la domestica. Lo stesso autore dichiara che l’azione si sviluppa “in un villaggio di campagna, in una giornata chiara di ottobre”. La scena prende forma con la descrizione di “un'ampia stanza - lo studio di Renato - dalle pareti bianchissime, con due porte di entrata, alcune sedie, un tavolo su cui sono lasciati in disordine diversi libri e giornali, e una scrivania in un angolo con uno scaffale di volumi”. La descrizione dell’ambiente interno con scrivania, libri… è tipico di F. Bruno perché lui ha amato molto i libri perché istruivano ed educavano. Infatti cultura e istruzione sono stati i punti fermi del suo pensiero. In quella “giornata di ottobre, fresca e cristallina il sole riflette la sua luce in tutta la stanza”; un'annotazione che allude alla pioggia pregressa: “dal giardino sale un odore di fogliame putrefatto nell’acqua e rende l’aria più grave e pesante”. Probabilmente la descrizione dell’ambiente esterno nella stagione autunnale è tipicamente asceoto ed io vivendo in paese ho la possibilità di godere lo scorrere delle varie stagioni con i loro colori e i loro profumi. In questo clima non possono non risaltare le differenze esteriori e caratteriali dei due personaggi Armando e Renato. È in questa giornata, con quel forte raggio di sole, che rappresenta la speranza che Armando Benizzi comunica al suo amico Renato la lieta notizia della sua partenza: “Devo partire, capisci, ritornare a Roma, alla mia Roma sognata, amata in silenzio”. Probabilmente è nella pioggia pregressa che invece si riflette il malessere di Renato unito alla sua incapacità di lasciare l’ambiente ostile nel quale rimane imprigionato. Armando Benizzi era stato un ufficiale e ricevendo una proposta lavorativa dal ministero, ora si dice pronto a partire per Roma. Questo giovane calmo e sorridente, bruno e di piccola statura indossa un abito nero e si presenta alquanto signorile nell’aspetto e nei movimenti. Il suo sogno che si realizza nel suo momento della partenza è volto ad un cambiamento di vita; ad una vita che immagina possa essere diversa da quella condotta in un piccolo paese di provincia, una vita monotona, noiosa, a volte pesante. Armando rappresenta l’incarnazione del nuovo e di un sogno agognato che diviene realtà. Egli è un giovane dinamico e intraprendente, pieno di vita e molto ricercato. In particolare legato a Renato da un sentimento di amicizia fraterna; ”E tu, Renato, verrai con me, staremo insieme, lavoreremo, lotteremo insieme...” Renato Vicini, giovanissimo anche lui, è alto, pallido, dall aspetto stanco e pensoso. Indossa un abito chiaro, un po’ vecchio e sdrucito, senza cravatta e con i capelli lunghi e in disordine. Già dall’abbigliamento si possono notare le differenze tra questi due giovani amici. Renato, diversamente da Armando, appare trasandato esteriormente, oltre che spento spiritualmente. Sin dall’inizio della scena lamenta una voglia di dormire: ”E' un rimedio efficace al mio male”, confessa ad Armando. Inoltre, appresa la notizia dell’imminente partenza dell’amico non tarda a manifestare il suo distacco; “aspettavo anch’ io una volta... ora sono un altro: non meravigliarti; la vita è fatta di queste altalene!” Eppure Armando fatica a capire la decisione che Renato sembra aver preso: ”Ma non comprendo! Un mese fa parlavamo... del nostro destino, dei nostri giorni inutilmente spesi in questa solitudine... ora che questa possibilità... potrebbe essere realtà… cerchi di sfuggire alle promesse di un tempo”. In questo confronto con l’amico Renato riesce man mano a palesare il suo dramma interiore: ”... io ho qui, nel cuore, nel cervello, qualche cosa che pesa, urla disperatamente!”. Fu in quel tempo che io avvertivo di essere attratto da mia cugina Elena...”. Armando ascolta quello che il suo amico vuol dirgli, gli sta accanto, cerca di sorreggerlo e di trovar parole di incoraggiamento e stimoli che possano aiutarlo a reagire al suo stato di solitudine e di abbandono. Nel sentir tali parole, rimane sbigottito. Forse il sentimento che il suo amico nutre per Elena, sua cugina, è una conseguenza dell’ incapacità di Renato di cercare nella sua vita altre distrazioni! In fondo i due giovani si sono trovati spesso a vagare in fantasticherie giovanili, immaginando come sarebbe stata la vita in città. “Ricordi quando volevamo crearci in noi l’illusione di vivere diversamente, e ci foggiavamo nella fantasia un’altra esistenza quasi per pregustare la gioia di un soggiorno più umano?“ Qui si pone l’accento sulla parola illusione, quelle illusioni che avevano caratterizzato Foscolo, ma anche Leopardi con la sua giovinezza trascorsa, ma non vissuta. Per questo poeta i giovani, in fondo, sono lusingati proprio da quelle illusioni che li legano alla speranza di un futuro felice, ma la triste realtà è che quei sogni si muteranno in amarezza come si evince dagli Idilli leopardiani. È in questo ambiente montano, di provincia che la frustrazione dei due giovani sembra accentuarsi, ma Armando con decisione da una svolta alla sua vita. È tra fine 800 e inizio 900, del resto che si riscontrano gli effetti della seconda rivoluzione industriale con il fenomeno dell’urbanizzazione e che trova il suo riscontro anche nella vita dello stesso autore. Lui nasce ad Ascea, ma vive per lo più a Napoli, pur amando il suo paese, ipotizza una impossibilità di progresso che proprio durante i suoi frequenti ritorni ad Ascea, sembra toccar sempre più con mano. Probabilmente in Armando si cela proprio il nostro critico che con decisione e forza abbandona il suo paese e si rifugia in città. C' è tuttavia un movimento filosofico e culturale da tenere in considerazione: il Positivismo. Auguste Comte nel 1852 ideava il motto: ”L'amore per principio, l’ordine per fondamento, il progresso per fine”. D’ altro canto questa corrente di pensiero inneggia al progresso prodotto dall’incessante sviluppo scientifico e tecnico e non guarda ai vinti, ma ai vincitori. Tornando all’ ambiente chiuso e privo di progresso in cui i due giovani vivono è proprio questo a risvegliare in loro sogni, illusioni e paure e se in Armando si riscontra la voglia di credere in un futuro migliore in Renato si manifesta piuttosto il timore di una vita controcorrente. In lui, d’ altra parte è presente anche una tremenda angoscia dettata dall’amore che nutre nei riguardi di Elena. “Ella era inchiodata sulla sua sedia paralitica da diversi anni, ma sempre bella come nessun altra donna di mia conoscenza. Spesso le leggevo dei romanzi e rimanevo solo con lei. Qualche volta pensavo ai nostri discorsi e al nostro domani e già sentivo di ammalarmi del male che in poco tempo doveva debellarmi”. “La vedevo così e mi sembrava che ella mi sorridesse, mi offrisse la sua bocca...” Renato si fa sempre più pallido...”E' orribile, orribile! Sono un mostro!” In queste parole e atteggiamenti sono presenti due donne: la donna “angelo” del Dolce Stil Novo, quella donna di Dante, Petrarca, della scuola siciliana e toscana in grado di “guarire” le ferite dell’uomo e quella donna moderna che incarna l’amore materiale. A questo punto compare Aurelio Vicini, zio di Renato e di Elena. Lui è un uomo alto, vecchio, dalla chioma inargentata e dal volto scialbo vestito di un pesante abito da casa. Ha uno sguardo spento; quasi indifferente: ”Credevo foste già usciti con questa giornata piena di sole”, rivolgendosi ai due giovani. Aurelio è stato un militare in guerra e dai suoi discorsi si evince un’insoddisfazione di fondo causata dalla sua vita statica. Lui, che è rimasto bloccato fra quei monti, incarna, in questo dramma, l’ennesima figura sopraffatta dalla solitudine, dalla paura e dai sogni andati in frantumi. Aurelio ingloba quindi le caratteristiche dei due amici e nelle loro giovani vite riflette la sua voglia di rivendicare una fuga dall’ ambiente in cui ha vissuto che, come lui stesso racconta, non ha mai avuto luogo. ”Siete giovani ora, e dovreste cercare di esserlo sul serio, ve lo dico io! Qui c’ è poco da sognare: qui si sfiorisce prima di fiorire. Anch' io sono stato giovane, ma solo di nome. Forse è destino della mia famiglia: pure mio padre, mio nonno, vissero cosi!” E incalza: ”E' bene che fuggiate, se no... non vedete il mio esempio? Sono un uomo finito, io, e proprio per essere rimasto bloccato fra questi monti... Dovete fuggire, Armando, Renato, andare lontano”. E’ costui il tipico uomo della provincia, il “signorotto”, il saggio ancorato a vecchi valori, è colui che vive nei ricordi legati alla sua carriera militare e che lo aiutano a sopravvivere quando è in preda all’angoscia e alla solitudine, ma è anche l’individuo dalla doppia personalità perché rappresenta un’epoca di transizione: il passaggio da una società agricola della quale rappresenta le caratteristiche ad una società industriale della quale incarna alcuni aspetti. Nel frattempo i due giovani si ritirano per la porta laterale, e dietro la porta di mezzo si sente la voce chiara e squillante di Elena: ‘’Zio, si può entrare?” Questa giovane ragazza paralitica, vestita di nero, è molto attraente ed ha due occhi bellissimi ed una faccia alquanto sciupata e velata di un pallore appena visibile. Sin dall’inizio della sua comparsa è facile ravvisare in lei uno smisurato desiderio di cultura. Elena, oltre ad essere bella è anche intelligente: ”Voglio leggere solamente: voglio prendere d’assalto il libro. Vedi? È nuovo: è un romanzo di Grazia Deledda. Dicono tanto bene di questa scrittrice”. In effetti anche nella realtà Francesco Bruno è mosso dalla stima nei riguardi di costei, infatti è a lei che consacra la sua prima monografia in Italia. Aurelio Vicini che ha di fronte sua nipote commenta. “Ai miei tempi le donne non sapevano leggere: ora il mondo è migliorato”. Elena riprende: “Tra poco le donne andranno anche a votare e prenderanno parte attiva nella società. La civiltà, il progresso, caro zio!” Sono qui di fronte due personalità del tutto contrapposte: Elena, incarnazione del progresso e dell'evoluzione, Aurelio testimone di una società agricola all’ interno della quale la donna non occupa che un ruolo subalterno. Non si può, a tal proposito non evidenziare come attraverso le sue capacità Francesco Bruno riconfermi il suo sapere e saper essere anche scrittore di donne, quelle donne che lui vede e descrive nei loro aspetti più intimi e nella loro condizione sociale. Ne La sola stella oltre ad Elena compare anche un’altra figura femminile: Maria la domestica che, diversamente dalla sua padrona simboleggia l’immagine della donna del Sud in quel periodo, una ragazza ignorante: ‘’Invece noi non sappiamo leggere in nessun libro: voi, signorina, siete istruita e leggete in tutti i libri”. Maria si presenta vestita con uno stretto camice bianco e con un fazzoletto che le copre i capelli e le scende fin sopra gli occhi alquanto piccoli e inquieti. Tuttavia, quello di Elena e Maria risulta essere un rapporto fondato sull’amore e sul rispetto reciproco. Maria incarna i valori veri della donna asceota: amore, rispetto e devozione verso la sua padrona che lei tanto ama ed ammira. Maria lascia la stanza in cui Elena è immersa nella sua lettura, ma dopo pochi minuti Renato le fa visita ‘’Elena! Vedo che tu vorresti evitare la mia presenza, e sei già emozionata... Elena, Elena, voglio che tu mi dia ascolto, che mi comprenda, ora! Elena, Elena, voglio che tu sia la mia liberazione.” Elena ha paura e vuole andar via, ma Renato è oramai fortemente spinto dal desiderio di esternarle i suoi sentimenti, non si ferma e continua ad incalzare: ”La sola stella d' allora, che mi suscitò tanto desiderio, ma per cui non sentivo nulla di veramente profondo. Nulla perchè io sono legnoso, insensibile a tutto e non ho mai amato nessuno. Dopo piansi quando raffigurai te, Elena in quella stella.” Adesso Elena… è commossa nell’ascoltar quelle parole e sembra che sul suo volto sia impresso tutto il suo dolore e amore di donna: ‘’Perchè ricordare?” reclama; e Renato: ”Perchè nel ricordo è il brivido di tutte le passioni umane... perchè nel ricordo, Elena, è la luce del nostro passato, di grandezza o di vergogna, e per essi possiamo inorgoglirci o riabilitarci se non sia troppo tardi.” È chiaro che Francesco Bruno intende evitare un realismo fine a se stesso e la sua scelta che lo indirizza verso una strada diversa - quella del ricordo - è la conferma del suo percorso. È a questo punto che da parte dell’autore scaturisce il suo intento di mescolare le carte della realtà e della fantasia valorizzando il ricordo e con esso il sogno. Non a caso F. Bruno sostiene la necessità di rileggere buona parte della letteratura meridionale in chiave onirica e surreale. Il dramma prosegue con l’entrata di Maria che avvicinandosi alla sua padrona la porta via. Renato intanto resta immobile, ma col passare dei minuti si rasserena. La porta laterale si apre ed ecco di nuovo che compare Armando, ‘’Ero inquieto per te, per la tua salute...” E Renato: ”Volevo dire che forse partirò anch’ io”. Ma i dubbi cominciano ad occupargli la mente. ‘’E se non saprò vivere fuori del mio mondo?” Armando intanto è deciso: ”Senti, Renato, io partirò frattanto per non perder tempo e tu cercherai di cambiarti. Poi mi scriverai”. E Renato:”Ma dimmi, Armando, a Roma ci sono donne da amare? E si riesce ad amare?” Ma certo: tante donne che si fanno amare, ma ora devo lasciarti… Armando si alza e guarda il suo amico, lo abbraccia e gli dice: “ci rivedremo a Roma, non è vero? Verrai anche tu, mio caro e allora saremo felici insieme...” Renato conclude: “Armando senti non verrò mai a Roma... perchè qui ci sono donne che si fanno amare!” Lo scoglio a cui è ancorata l’ostrica di Verga era nient’altro che il mondo occupato dai suoi personaggi; un mondo di pena, ma sorretto da valori autentici come la religione della famiglia e il senso del dovere è riconducibile alla condizione economica e sociale a cui è ancorato l'uomo e non se ne può distaccare. L'ideale dell'ostrica scaturisce proprio dal “tenace attaccamento di quei poveri sventurati allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere”, un ideale che se tradito per curiosità di conoscere il mondo porta alla sconfitta. Nei Malavoglia Lia ed il giovane “Ntoni che si sono staccati da quello scoglio perché attratti dall’ ignoto o per desiderio di meglio sono stati ingoiati dal mondo. L’ ostrica si è quindi staccata dallo scoglio e” Ntoni ha tradito l'etica familiare fatta di rassegnazione. L'ingranaggio sociale ed economico non consente cambiamenti di rotta, così chi decide di andare controcorrente per Verga non è altro che un vinto. Il personaggio di Armando nella La sola stella è colui il quale si illude “leopardianamente” di andare incontro ad un destino migliore. In fondo il suo distacco dallo scoglio rappresenta per lui l'inizio di una vita diversa, ma per dirlo nella maniera verghiana Armando non è che un vinto e se tra i due giovani personaggi del dramma vi è un vincitore questo è proprio Renato. La sola stella che Renato osserva rappresenta solo un valido motivo per non distaccarsi dall'ambiente in cui vive. “La sola stella” Elena - è lo scoglio a cui l'ostrica “Renato” rimane ancorato. Francesco Bruno si spegne a Napoli nel 1982 invocando i suoi familiari, la scogliera del suo paese e la macchia verde della campagna e degli ulivi saraceni; il suo scoglio Ascea conserverà sempre un posto nel suo cuore, pur spostandosi di lì per seguire le sue inclinazioni e attraverso queste per conoscere il progresso che lui ha sempre inseguito.
Oggi il suo dramma dal titolo La sola stella lo immagino rappresentato in televisione in forma di fiction ambientata negli anni ‘20 in un piccolo paese collinare come Ascea che specialmente di sera sembra un presepe al cospetto di un pubblico che avendo conosciuto ed assistito ad un sempre maggiore progresso con la relativa perdita di valori  ricorda con nostalgia gli anni ‘20. Con questa storia certamente ritorneremo alla televisione di un tempo quando la RAI ha svolto un ruolo educativo ed istruttivo sugli italiani che erano appena usciti da una delle pagine più scure della nostra storia. Gli stessi telefilm che avevano accompagnato tante ore passate dai nostri genitori davanti alla TV sono finiti nel dimenticatoio per dare spazio a programmi televisivi scadenti, anzi direi di pessima qualità. Oggi grazie al digitale terrestre tanti show leggendari sono ritornati in onda riuscendo ad attirare anche il pubblico dei più giovani. Quindi La sola stella con i suoi contenuti forti e profondi potrebbe attrarre un vasto pubblico, avere successo, stimolare la nostra immaginazione, fantasia, riflessione e farci riamare di nuovo la TV. Ora riapro la finestra della mia camera, guardo il mare e penso al progresso, alla scienza, alla tecnologia, alle nuove scoperte e mi chiedo: qual'è la sola stella da inseguire?

Jacopo Di Stefano

2° classificato
Provate a chiudere gli occhi, provate ad immaginare un cielo stellato. In questo cielo ci saranno miliardi e miliardi di stelle, ma solo una brillerà davvero e sarà la vostra stella. Così, molto probabilmente accadde a F. Bruno il nostro critico letterario, giornalista e scrittore italiano tra i più originali del Novecento quando compose il dramma La sola Stella. Io, ancora giovane e inesperto mi pongo delle domande. Chi è in realtà quella stella? Che cosa rappresenta? Penso che dietro le cinque punte della luminosa stella si possa nascondere una donna, una ragazza o perché no, una bambina. Il dramma si inserisce tra tre epoche artistiche: Dadaismo, Surrealismo e Futurismo. La storia si sviluppa in un villaggio di campagna, in una giornata chiara di ottobre, in un giorno fresco e cristallino con il raggio di sole che illumina la stanza. Mi ricordo a questo proposito una citazione di San Francesco d’Assisi che può chiarire il significato di questo raggio di sole “Un raggio di sole è sufficiente per spazzare via molte ombre”. Dal giardino poi della casa, saliva un odore di fogliame putrefatto nell’acqua e rendeva l’aria più grave e pesante… Anche la descrizione di questo piccolo quadretto naturale secondo me rappresenta Ascea nel periodo autunnale e probabilmente il giardino di casa Bruno; quel giardino immagino anche fonte di ispirazione dietro l’abitazione del nostro letterato, quel giardino con quella pianta di melograno che lui amava tanto e che a me fa venire in mente Carducci con la poesia “Pianto antico” dedicata al figlioletto Dante. Non voglio nominare la parola morte perché mi fa paura e chi leggerà queste mie parole capirà perché. Posso immaginare quante volte i figlioli del mio illustre conterraneo avranno teso la mano come il piccolo Dante per afferrare al volo una melagrana! Il primo personaggio presentato è Armando Benizzi: giovane, bruno, pieno di vita. Vestiva spesso di nero ed era alquanto ricercato e signorile nell’aspetto e nei movimenti con cui incede e si presenta. Era sempre calmo e sorridente, soprattutto quel giorno che il direttore generale del Ministero di Roma lo chiamò per farlo partire ed avere un nuovo lavoro, ”un posto nel mondo”, come diceva lui. Era contentissimo di poter vivere nella sua amata e sognata Roma. Non altrettanto felice della notizia era l’amico: Renato Vicini, giovanissimo, alto e pallido con un aspetto assai stanco e pensoso. Vestiva negligentemente abiti chiari, senza cravatta e con capelli lunghissimi in disordine. Renato era allettato in un primo momento dall’idea di partire insieme ad Armando, ma in un secondo momento sembrava contrario. Era felice per l’opportunità concessa all’amico, ma gli disse esplicitamente che in passato aveva sognato di evadere, ma adesso non lo desiderava più. I due giovani vennero anche incoraggiati a partire dallo zio Aurelio Vicini “È bene che fuggiate... Sono un uomo finito, io, e proprio per essere rimasto bloccato fra questi monti… Dovete fuggire ... andare lontano…” Aurelio: “vecchio alto e sparuto, dalla chioma ancora larga e inargentata, dal volto scialbo e aggrinzito”. Vestiva con un abito “da casa, giallognolo e rattoppato, col collo fasciato da una cravatta larga...; cammina, spesso e piano, con le mani in tasca e guarda all’intorno con uno sguardo smorto e indifferente”. In costui si riflettono vari aspetti dell’uomo moderno contemporaneo: la solitudine, le illusioni, i sogni andati in fumo. In questi personaggi come nell’intera opera ritroviamo alcuni ideali di Moravia: la descrizione del mondo borghese, del quale coglie lo sfacelo morale, il dissolversi dei valori, l’ipocrisia e la menzogna. Il romanzo Gli indifferenti ha una impostazione teatrale, proprio come questa opera perché ci sono pochi personaggi; infatti l’azione si incentra su quattro figure principali: Mariagrazia, Carla, Leo e Michele. Inoltre si riflette in varie parti del dramma di F. Bruno la tematica della ”Noia” romanzo dello stesso Moravia nel quale l’individuo non riesce a stabilire dei rapporti positivi con le cose. Aurelio afferma che ora ci sono troppe fantasticherie giovanili e pensieri sbandati, dispersi da ventate di tempesta. Ricorda la sua giovinezza trascorsa, ma mai vissuta pienamente. In questa affermazione si riflette il sentimento “Gli anni perduti” di Vitaliano Brancati in cui rievoca la vita provinciale di una città del Sud (Catania) nella quale i personaggi vivono in un clima opprimente di noia e di vuoto. Armando è contento di poter lasciare, finalmente, le mura domestiche, di non guardare più questi squallidi paesaggi, ma di ammirare cose nuove, però è preoccupato per la salute dell’amico, che sembra sempre più preoccupato per qualcosa. Il giovane Armando secondo me può essere paragonato allo stesso F. Bruno che stanco, ma direi piuttosto deluso perché era evidente un divario fra Nord Sud, ma anche una differenza tra città e paese della stessa regione; quel progresso economico, culturale, sociale sempre sognato non è mai arrivato nel suo amato paese “Dolce paese onde portai conforme l'abito fiero e lo sdegnoso canto… Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano…”. Ancora una volta significativi sono i versi di Carducci che meglio di me esprimono tali sentimenti. Quindi non resta altro che abbandonare il borgo natio e partire, ma ritornarci spesso per poter ammirare le bellezze naturali fonti di ispirazione e di tranquillità.
Sicuramente Armando è combattuto: vuole partire, ma non vuole neanche lasciare solo l’amico, in preda alla sua malattia. L’amicizia è profonda tanto che Renato gli confida che è innamorato della cugina Elena, una ragazza paralitica che giace su una sedia a rotelle. Vestita di nero, Elena, è corretta e attraente nell’aspetto; ha gli occhi bellissimi che brillano in due orbite larghe e lievemente cerchiate di nero... Ha la faccia alquanto sciupata e languidamente velata d’un pallore appena visibile. Una ragazza caratterizzata da dolcezza e intelligenza. Questa è la stella di Francesco Bruno e in questa stella ha proiettato i suoi ideali. Lui sosteneva che l’istruzione doveva abbracciare tutti i ceti sociali: ricchi e poveri, maschi e femmine ed Elena non a caso è una ragazza intelligente e istruita. Sulla scena la ragazza, era seduta su una bassa sedia con braccioli e con la mano destra teneva il bracciolo che metteva in moto la sedia. Perché F. Bruno ci presenta Elena paralitica? Ho pensato che Elena è così rappresentata per far riferimento a quel suo angelo volato in cielo. Elena che non ha potuto vivere la giovinezza come dovuto. La ragazza, intanto leggeva un libro della sua scrittrice preferita: Grazia Deledda, scrittrice molto cara a Francesco Bruno. Poi c’è Maria, la domestica, “ragazza molto svelta e bruttina, rinchiusa in uno stretto camice bianco con un fazzoletto che le nasconde i capelli e le scende fin sopra gli occhi piccolissimi e inquieti”. È la tipica ragazza del paese: analfabeta, ma nella sfortuna fortunata perché ha la possibilità di vivere con Elena, si sottrae anche al duro lavoro della terra perché in quel periodo i ragazzi e le ragazze in tenera età venivano utilizzati come forza lavoro. Maria però è portatrice di valori, sono anche i valori del mondo contadino: spontaneità, autenticità, amore, rispetto e devozione. Per questi sani valori Elena ha un rapporto forte con Maria nonostante le evidenti differenze culturali. F. Bruno in questo personaggio evidenzia il volto malato del Sud: analfabetismo, miseria, sottosviluppo. Renato alla fine facendosi coraggio, anche se pallidissimo, spettrale, con i capelli che gli scendevano sulla fronte, aperti e disordinati confida ad Elena i suoi sentimenti. Come una pecora smarrita dal gregge, alla fine implora Elena di perdonarlo. Afferma di essere innocuo, di essere solo un povero malato che insegue la sua ombra e il suo destino. Il giovane richiama alla mente anche il ricordo di quando si accorse della “luce” che emanava Elena, la sua sola stella. Lei, spaventata, non vuole ascoltare le sue parole, che scorrono come l’acqua dentro il mare. Prova a far ragionare Renato, spiegandogli che quelle parole che escono dalla sua bocca non significano nulla e che lei desidera vederlo in futuro solo come un fratello, se vorrà. Intanto le parole della ragazza sono spezzate, cosi come il cuore del giovane, che abbattuto si lascia cadere su una sedia, dall’arrivo di Maria. Allora Renato, afflitto senza riflettere, come se avesse un’ascia conficcata nel cuore, decide di cambiare idea, prende in considerazione di andare a Roma con l’amico. Probabilmente lo fa solo per provare a dissolvere i suoi fitti e tanti pensieri rivolti a Elena, la fonte del suo male. Fatto sta che Armando gioisce per poco all’idea dell’amico di partire con lui, perché alla fine Renato non partirà per stare vicino a Elena, per guardarla, per pensarla e perché lei è una donna che si lascia amare in silenzio. Armando realizza il suo sogno, lasciare le mura domestiche, ma anche Renato avvera il suo sogno, stare vicino a Elena, ovvero l’unica cosa che desidera. Un finale un po’ a sorpresa, ma Renato sicuramente è un sopravvissuto.
Il dramma è sicuramente ben articolato, con descrizioni perfette, ben scritto e che riesce a suscitare diverse emozioni, riflessioni e pensieri, ma durante lo studio anche una certa suspence. Metterlo in scena o trasformato in un film sarebbe il massimo. Francesco Bruno ha scritto il dramma nel 1923, all’epoca del Dadaismo e agli allori del Surrealismo, ma in quel periodo si stava svolgendo una battaglia che porterà dalla compagnia girovaga che ha come centro il grande attore-mattatore a una compagnia stabile che ha come principale esponente il regista. Era anche il periodo in cui l’Italia stava realizzando lentamente il passaggio dalla società agricola a quella industriale: è stato questo un processo lento come lento è il processo che porterà all’affermazione del teatro del regista. Quindi in quel periodo secondo me era difficile presentare questo dramma perché il teatro era agli albori. Il teatro è un’industria che deve rispondere come tutte le industrie alla legge della domanda e dell’offerta. Questo scritto teatrale è la parte viva del teatro e può fare da padrone perché è un testo completo e intorno ad esso devono ruotare gli attori, luci, scenografie, musiche … Oggi come potrebbe essere la reazione delle persone alla vista di tale dramma? Ci saranno recensioni negative e positive, ma per chi ne capirà davvero il significato vero sarà istruttivo. Forse anche per coloro che non lo comprenderanno a pieno potrà essere positivo. F. Bruno nella trama di questo dramma ha inciso intelligenza, saggezza e conoscenza; io con tanto impegno ho cercato di apprendere, ma la cosa più bella è che porterò sempre con me F. Bruno perché mi ha appassionato.

Benedetta Vasile

3° classificato

Francesco Bruno é stato un giornalista, critico letterario, scrittore cilentano trapiantato a Napoli, tra i più originali del Novecento. Ha fondato e diretto settimanali e periodici culturali, ha lavorato per le maggiori testate giornalistiche, ha scritto poesie e volumi di narrativa che hanno avuto come luogo immaginativo Ascea e il Cilento.
È stato un intellettuale libero che ha raccontato la storia di uomini e donne cilentani che rappresentano e difendono il fascino di una terra antica di filosofi e poeti greci che rivive nell'amore dello scrittore, che non ha mai dimenticato la sua gente e le sue radici. Dalle sue opere emerge sempre la volontà di ricordare, raccontare, rappresentare quegli scenari culturali di cui è ricco il Meridione. Troviamo la presenza di un profondo realismo che permette a tutti di capire quella cultura da dentro.
La sola stella che é un racconto tratto dalle novelle "L'antiquario e la consorte" (inedito pubblicato postumo dal figlio Elio Bruno con la postfazione del professore Francesco d'Episcopo, nel 2001), rappresenta tutto questo: descrive e ricorda la storia di uomini cilentani negli anni '20. É un dramma borghese che racconta le vicende dolorose e i problemi esistenziali di due giovani di provincia; ne descrive la vita quotidiana, i disagi e le aspirazioni. Due amici vedono sfiorire la loro giovinezza fra le quattro mura della loro "infame dimora", disprezzata perché non permette loro di conoscere la vita tumultuosa e agitata della città. Hanno vissuto immaginando e desiderando un'altra esistenza, una possibilità che però si presenta quando il giovane Renato Vicini sta vivendo un profondo e disperato dramma interiore. Renato è un giovane alto, dai capelli lunghi ma dall'aspetto pallido e stanco che riflette il disagio che vive in quel momento. L'amico Armando Benizzi è anch'egli molto giovane, piccolo di statura, bruno e pieno di vita. Veste in maniera ricercata e signorile, già questo manifesta il suo entusiasmo e la volontà, condivisa un tempo con l'amico Renato, di voler cambiare vita. Armando, che è stato ufficiale di guerra qualche anno prima, è stato richiamato a Roma dal Ministero, ma la proposta arriva quando l'amico vive il suo dramma. Anche lo zio Aurelio Vicini incoraggia i due a fuggire da quei monti e da quei luoghi solitari in cui anche i loro antenati hanno vissuto da eremiti. Lo zio è un vecchio alto, dai capelli argentati e dal volto raggrinzito, con uno sguardo senza vita e che rimpiange molto il fatto di essere sempre rimasto bloccato in quella terra dove c'è poco da sognare, dove si sfiorisce ancor prima di fiorire, dove si è giovani solo di nome. Invita ripetutamente i due amici a cambiare vita perché Roma, città eterna ed immortale, li aspetta. Dal racconto però emerge un male oscuro che uccide l'anima e i sogni: la solitudine. Una vita spesa in solitudine e isolamento distrugge l'esistenza, per questo motivo Renato ormai combattuto, invita più volte l'amico Armando a fuggire da solo. In un posto diverso dove non ci si ammala perché non c'e' noia, dove la vita non é castigata e il tempo non viene sprecato. I ripensamenti di Renato sono dovuti a uno strano sentimento che l 'ha portato a sentirsi attratto dalla cugina Elena. Una bella ragazza paralitica, dal corpo divenuto per questo agile e snello, dall'aspetto sempre attraente e intelligente, con due occhi bellissimi e con l'amore per la lettura e i romanzi. All'epoca erano poche le donne che sapevano leggere, ma cominciavano ad avvicinarsi sempre di più alla vita pubblica e al progresso. Infatti la storia ci insegna che questo desiderio di conquista, di libertà e di rinnovamento ha sempre sconvolto e agitato il mondo con le guerre. Diversa, invece, è la figura di Maria, la cameriera di Elena, una ragazza “svelta e bruttina con due occhi piccoli e inquieti”, che si sente una contadina sciocca ma che conosce cose che non si imparano a scuola: la bontà e la umile generosità di chi non sa leggere. Renato troverà sollievo e liberazione solo quando la cugina Elena gli avrà concesso il suo perdono e lo avrà alleggerito da quel pesante fardello. È oppresso da un'angoscia nel cuore perché in un momento di malata solitudine e di smarrimento ha cercato la sua salvezza seducendo la cugina per la quale non provava niente di veramente profondo, ma che in quel momento ha rappresentato nella sua vita buia l'unica e sola luce che brillava. La "sola stella" che ha suscitato tanto desiderio e poi un atroce rimorso. Elena commossa riuscirà a perdonare nonostante il brivido doloroso del ricordo del suo sacrificio. A volte inciampare nei ricordi serve a trovare la ragione della nostra esistenza anche se il nostro passato rappresenta vergogna e non solo grandezza, perché con un sincero pentimento, "ogni colpa può trasformarsi in bellezza eroica''. Renato ricomincerà solo così a valutare la possibilità di raggiungere l'amico a Roma perché ''ovunque è mondo: basta saperlo immaginare''.
Questo racconto è stato scritto all'inizio del Novecento, ma il lettore di oggi potrebbe sentirlo molto vicino perché è un argomento molto attuale che coinvolge gran parte dei giovani che, presi dalla noia e dalla solitudine, compiono atti insensati che possono nuocere solo a se stessi. Questo è un intreccio normativo destinato sicuramente alla rappresentazione teatrale, a un pubblico ancora oggi capace di capire il dramma interiore suscitato dai rimorsi, la capacità di chiedere perdono e di perdonare, i sogni giovanili di evasione e di libertà e la lotta perenne contro il male della noia e dell'isolamento che uccide l'anima.


torsdag den 12. juni 2014

Il Premio Letterario Mogensen-Bruno, 5^ edizione 2014


PREMIO MOGENSEN-BRUNO – 5^ EDIZIONE 2014



Si è svolta il 5 giugno presso l’anfiteatro della Fondazione Alario, nell’ambito della manifestazione di fine d’anno scolastico, la quinta edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno, concorso di scrittura per gli alunni della Scuola Secondaria di 1° grado ispirato alla figura di Francesco Bruno, giornalista, critico letterario e autore del Novecento, nato ad Ascea, che nel tempo ha visto vincitori alcuni fra i migliori alunni, Mattia Capitani, Egidio Pinto, Natalia Graziuso e Angela D’Angelo.
Con grande stima e riconoscenza è stata ricordata anche quest’anno la sua ideatrice e promotrice, dott.ssa Else Mogensen. In Sua memoria si continua ogni anno ad organizzare il Premio con la collaborazione della famiglia Bruno, nelle persone della nuora dello scrittore, prof.ssa Maria Novi e i nipoti Francesco e Enrico. Insieme a loro il figlio della sig.ra Else, René Mogensen con la nuora Leila, purtroppo quest’anno assenti in quanto in Gran Bretagna, ove vivono e il marito della sig.ra Else, professor Lars Mogensen. Tutti hanno fatto parte, come ogni anno, della Commissione che ha decretato i tre temi vincitori fra gli undici pervenuti.
La tematica proposta quest’anno prevedeva la realizzazione di un’ intervista immaginaria a Francesco Bruno come la si ritroverebbe in un giornale o in una rivista letteraria, riportando le opinioni dello scrittore sui fenomeni socio-culturali del suo tempo.
Al terzo posto si è classificato il tema di Mauro Criscuolo della classe 3^ C, al secondo quello di Federica Novi della classe 3^ A. Il primo premio è stato assegnato invece al lungo componimento presentato da Annalaura Mautone della classe 3^ C, con la seguente motivazione:
L’elaborato, pienamente soddisfacente nella sua espansione narrativa, è strutturalmente ben costruito e concede molto spazio ai pensieri personali dell’autrice. Attraverso le risposte alle domande la figura di Francesco Bruno, analizzata dal punto di vista culturale e umano e ben inquadrata nel periodo storico-letterario in cui l’autore visse, si veste di modernità rivendicando e contestualizzando con accenti toccanti la propria origine asceota.
I premi, consistenti in denaro, libri e pergamene ricordo sono stati consegnati ai tre vincitori dalla famiglia Mogensen e dalla famiglia Bruno.
Maddalena De Leo

Temi vincitori 2014


Il Premio Letterario ‘Mogensen-Bruno’

ELSE MOGENSEN IN MEMORIAM

5^ edizione 2014

Quest’anno per lo svolgimento dei temi partecipanti alla 5^ edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno per il miglior tema scritto da un alunno della terza classe della scuola media di Ascea Gli alunni dovranno comporre un’ "Intervista immaginaria a Francesco Bruno" così come la si troverebbe in un giornale o in una rivista letteraria, riportando le opinioni dello scrittore sui fenomeni socio-culturali e letterari del suo tempo. Si suggerisce agli alunni di familiarizzare con i libri di Bruno disponibili nella biblioteca scolastica sita nel presso di Ascea Marina e, inoltre, di portare alla luce informazioni e curiosità relative allo scrittore. Ciò in speciale modo in Ascea Capoluogo, attraverso l’individuazione di persone anziane ancora viventi che conoscevano e ricordano il Bruno.
Il dottore Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi, la dottoressa Leila Rasheed e il dottore René Mogensen hanno valutato i temi. La vincitrice del primo premio è stata Annalaura Mautone, il secondo premio è stata Federica Novi e il terzo premio è andato a Mauro Criscuolo.



Temi vincitori

Annalaura Mautone

1°classificato

Quel giorno avevo marinato la scuola e sola soletta vagavo per le strade del paese. Le ore, però, non passavano mai; allora pensai di spingermi verso “Via Dello Sporgente”, alla fine del paese. All’improvviso notai un uomo dall’aspetto semplice, ma elegante che era intento ad ammirare il paesaggio, in particolare il mare; era molto pensieroso. Chissà quanti pensieri affollavano la sua mente! Timida, ma incuriosita mi feci coraggio e mi avvicinai. Quando mi vide, rimase stupito e cominciò a raccontare: “Tu devi sapere che questo “mare nostrum” ha fatto divenire il nostro territorio importante perché ha permesso ai Focei di arrivare ad Elea.” Io notai che aveva tanta voglia di raccontare e farmi sapere delle cose importanti che io non conoscevo. Colsi l’occasione per invitarlo a scuola affinché potesse soddisfare il desiderio di sapere sia il mio che quello dei miei compagni. Rimase meravigliato perché non si aspettava questo invito, ma subito prendendomi per mano ci avviammo verso la scuola. Mi confidò che era un “asceoto”, lavorava a Napoli e veniva spesso nel suo paese utilizzando il treno perché lui non sapeva guidare. Arrivammo a scuola; i miei compagni rimasero meravigliati quando glielo presentai: “Questo è Francesco Bruno, giornalista, letterato, saggista, critico letterario, ma soprattutto uomo di cultura, un artista che ha saputo cogliere i segni essenziali di cambiamento.” Con i miei compagni, onorati della sua presenza e contenti perché finalmente avemmo il piacere di conoscere colui che ha dato il nome alla nostra scuola e alla piazzetta dove spesso giochiamo. Dal momento che stavamo studiando le correnti storico-letterarie moderne e contemporanee con riferimento a diversi autori: Palazzeschi, Saba, Marinetti, Gozzano… gli abbiamo domandato che cosa ne pensava di questi movimenti culturali. La sua risposta è stata la seguente: “Sono vissuto tra due secoli, ho sempre appoggiato i movimenti che si stavano delineando ed ho commentato il pensiero e il modo di scrivere di diversi autori. Ho scritto tanto su questi fenomeni che mi hanno sempre attratto. Ho dedicato un intero volume al Decadentismo, nel quale colloco al centro dell’attenzione critica Giosuè Carducci, poeta grande e complesso, ma oggi poco apprezzato nelle scuole, accostando il Crepuscolarismo al Simbolismo di Mallarmè. Ho discusso Pascoli, ma anche l’Ermetismo e l’Esistenzialismo, ma senz’altro ad influenzare il mio pensiero è stato il Futurismo, un movimento culturale anticonformista sviluppatosi nel 1909, il cui massimo esponente è Tommaso Marinetti. I futuristi esaltano il progresso e la modernità, il dinamismo e la forza rifiutando il passato. Ho sempre desiderato che il progresso arrivasse anche nella mia terra natia: Ascea, paese affascinante, ricco di cultura, ma purtroppo ogni volta che tornavo qui mi sembrava di tornare indietro. Ad Ascea il progresso ha sempre faticato ad attecchire,dando ragione a Carlo Levi nel romanzo “Cristo si è fermato a Eboli”. Ho amato tanto Ascea, i suoi luoghi, la sua gente … il mare attraverso cui sono arrivati i Focei … Parmenide e il suo pensiero filosofico. Infatti la cultura greca è arrivata nel nostro bellissimo territorio offertoci da Dio, grazie al mare, ma l’uomo ha fatto ben poco per valorizzarlo. Ho amato i classici perché la loro lettura mi rilassava facendomi stare emotivamente bene. Il mio invito per le future generazioni era ed è l’istruzione, tutti devono alfabetizzarsi perché senza istruzione non si può realizzare il progresso. Ricordo i miei compaesani con cui ho condiviso la tragica esperienza delle guerre, ma essendo un pacifista ho rinnegato la guerra come strumento di risoluzione di varie problematiche, perché essendo l’uomo dotato di ragione deve risolvere i problemi con il dialogo e la collaborazione. La guerra provoca solo lutti, distruzione e vittime. A proposito di problematiche ho premuto molte volte,attraverso i miei scritti, sulla questione meridionale (gli scrittori nel mezzogiorno 1981) e ho denunciato le differenze tra Nord e Sud (Paese di eriche e ginestre). Arretratezza, immobilismo, povertà continuavano a caratterizzare il nostro meridione e l’emigrazione aumentava di anno in anno. Mi sono associato alle dure critiche di intellettuali e studiosi meridionali (Salvemini, Fortunato, Nitti) sostenendo come loro che lo Stato risponde solo in parte o non risponde affatto per la risoluzione della Questione meridionale. Nel mio romanzo “paese di eriche e ginestre” sottolineo la mia desolazione e delusione nei confronti della realtà che ci circonda. Questo mio profondo interesse per la realtà trova radici in alcuni movimenti letterari come il Naturalismo francese di cui ho apprezzato Balzac, Flaubert e Zola, le cui opere più famose sono: “Il capolavoro sconosciuto” di Balzac, “Madame Bovary” di Flaubert e “I misteri di Marsiglia” di Zola. In Italia, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, sulla scia del Naturalismo francese si diffonde il movimento del Verismo, che ha alcune sue particolari caratteristiche: concentra l’attenzione sulle campagne e sulla gente semplice e umile, ha un carattere estremamente pessimistico, ha un carattere locale e regionale, non si esprime soltanto attraverso il romanzo, ma preferisce utilizzare la forma più breve della novella, osserva in modo analitico la realtà urbana … L’osservazione analitica è una caratteristica tipica del romanzo sociale, in Italia il più famoso di questi romanzi è “Fontamara” di Ignazio Silone. Anche i miei scritti sono a sfondo sociale, in quanto affrontano le problematiche di Ascea i cui personaggi parlano della realtà che li circonda. Ho sempre ricordato Ascea, questo paese di eriche e ginestre e ne ho apprezzato le verdi colline colorate dal giallo intenso delle ginestre in fiore, quel mare azzurro ricco di storia e bellezza e gli ulivi secolari che come diceva Ungaretti “hanno un alone di luce intorno alle foglie come i santi.” Auspico che voi generazioni future possiate amarlo come l’ho amato io, custodendone il passato, le tradizioni, la storia e spero che nel via vai della vita quotidiana, tra i vostri innumerevoli impegni voi vi fermiate ad osservarne la bellezza, che non dovete né profanare né deturpare e che vi ricordiate del vostro compaesano Francesco Bruno quando vedrete una ginestra sbocciare nelle tiepide giornate estive.” Io e i miei compagni rimanemmo sconvolti e stupiti da quell’amore che aveva verso Ascea, un amore sconfinato. Mi commossi a tal punto da piangere per l’emozione, seguita dai miei compagni che erano allibiti e contenti allo stesso tempo. Quell’uomo oltre a commuoverci aveva arricchito il nostro bagaglio culturale con la sua sapienza e saggezza … Decidemmo che era opportuno porgergli un’altra domanda, stavolta un po’ più personale, ma comunque attinente a ciò che stavamo studiando, gli chiedemmo “Cosa ne pensate della gente di Ascea?” Esitò prima di rispondere, ma deciso ci disse: “Ah, gli “Asceoti” che persone meravigliose! Mi hanno sempre rispettato a tal punto da darmi del “don”… Ricordo quanti problemi hanno affrontato sempre con il sorriso sulle labbra senza mai stancarsi: guerre, emigrazione, analfabetismo, fame etc. Ho sempre partecipato al loro dolore, emotivamente e mentalmente. Sono stato male con loro, ho sofferto con loro, ho pianto con loro e loro con me. So di essere un po’ solitario, ma ho voluto bene a questa gente e anche se a volte non lo dimostravo ho sempre voluto il loro benestare e nient’altro. Ho sempre ricordato il mio popolo, nei miei scritti e ne ho apprezzato la semplicità e la religiosità. Anche io sono molto religioso, infatti vengo qui per partecipare al pellegrinaggio al monte con tutti gli “Asceoti”. Tutta la mia gratitudine, però, va a quegli uomini che si sono sacrificati in guerra, credendo di poter cambiare qualcosa, infatti ogni volta che passo per il monumento dei caduti prego in silenzio per quelle anime che hanno fatto con le armi il mio paese. Mi sono sempre chiesto perché questi “ eroi del Sud”, non vengono riconosciuti a livello nazionale? A proposito voglio parlarvi di Grazia Deledda che ho avuto il piacere di incontrarla. E’ una scrittrice sarda che, come molti autori veristi, attraverso i suoi scritti ha cercato di far conoscere le problematiche del suo paese. Il primo a dedicarle una monografia critica, negli anni trenta, sono stato io, perché nei romanzi della Deledda si configura una cristallina visione del mondo. L’artista media l’immediato, idealizza la realtà, trasfigura ogni impulso caotico. Grazie Deledda “ha dato forma di arte ad un nuovo Romanticismo scalpitante, raccogliendo il messaggio romantico e arricchendolo di significati e valori personali,con la sua opera così riposata e tersa, è una delle voci più significative dei miei tempi.” La nostra insaziabile curiosità divorava quelle sue parole, così significative e sagge e di certo non poteva mancare un’altra domanda: “Avete parlato di differenze tra Nord e Sud e solitamente quando si parla di Sud, ci viene in mente Napoli … quindi vorrei chiedervi cosa ne pensate?” La sua risposta non fu né banale, né scontata: “A Napoli, ci sono vissuto, ci ho studiato e ci ho insegnato e ne ho appreso le culture come se fossero da sempre state le mie. Amo la musica napoletana e sono stato un grande sostenitore della Scapigliatura Napoletana, (movimento sviluppatosi a Nord Italia, armato di uno spirito di ribellione nei confronti della cultura tradizionale e il buonsenso borghese. Gli scapigliati si scagliarono sia contro il Romanticismo italiano, che giudicavano languido ed esteriore, sia contro il provincialismo della cultura risorgimentale guardando in modo diverso la realtà, cercando di individuare il nesso sottile che legava quella fisica a quella psichica Quindi non posso che adorare questa città, che nonostante tutti i problemi che ha affrontato e che deve affrontare, è ancora bella come la ricordo io.” La campanella suonò e tutti ci recammo fuori per tornare a casa. Quando i miei compagni uscirono continuai a cercare quell’uomo per tanto tempo, ma era scomparso... Rassegnata tornai a casa e mi misi a scrivere una pagina di diario nella quale volli immaginare che oggi quell’uomo potesse ancora essere innamorato della sua Ascea e fortemente voglio credere che è in vita per aiutare questo nostro paese che ancora ha tanti problemi.



Federica Novi

2° classificato

Solita giornata, solita routine quotidiana: scuola, studio, attività sportiva, tv ed ora la parte che preferivo, continuarea leggere il mio libro, il cui titolo è “Paese di eriche e ginestre” di Francesco Bruno. Gli occhi scandivano velocemente le parole e le mie mani accarezzavano le pagine del romanzo. Ad un certo punto sentii un torpore forte, acuto ... quando riaprì le palpebre, mi ritrovai sul balcone della mia stanza ad osservare il cielo stellato. Mentre cercavo di rispondere alle domande che pervenivano nella mia testa, una voce alle mie spalle proruppe nel silenzio: ”Bella serata, non è vero?”
A parlare era stato un uomo che non avevo mai visto prima, ma i suoi tratti mi sembravano familiari. Lo scrutai meglio in volto, ma più lo guardavo e più mi rendevo conto che mi sbagliavo: non lo conoscevo. Giacca blu, cravatta dello stesso colore e un’eleganza tale da farmi sentire in imbarazzo, poiché io indossavo il pigiama e le mie pantofoline.
“Scusi ma lei chi è?” mi azzardai a chiedere, con voce flebile, ancora sotto shock. Ma lui non rispose, era, infatti, tutto assorto nei suoi pensieri. Al che un po’ a disagio stavo cercando di dileguarmi, ma il mio tentativo fallì: “Ferma!” Non ne potevo più, ma che razza di sogno era? Però dato che la mia mente voleva giocarmi questo brutto scherzo perché non trovare qualcosa da fare nel frattempo che il giorno mi avesse ridestato?
“Mi scusi, potrei sapere come c’è arrivato qui?” Bella domanda, complimenti…ma se è un sogno! Magari c’è arrivato volando, oppure arrampicandosi su per l’albero. Mi guardò e disse una frase che ancora rammento, identica e precisa: “L’uomo ritorna nella terra in cui nasce, pensa crede ed ama, malgrado ogni avversità; e questo slancio naturale è anche il segno della sua vocazione umana, cristiana e letteraria.” Quelle parole non mi risultavano nuove, però non riuscivo a ricordare dove le avessi ascoltate o lette.
“ Guardando le stelle penso al domani, al mio futuro, tu ci pensi mai al tuo?”
“Eccome se ci penso, ho paura di non riuscire a realizzare i miei sogni” risposi.
“Non bisogna avere paura, bisogna mettersi in gioco. Tutto diviene possibile se noi crediamo di vincere ogni ostacolo”. Per essere un sogno, sto imparando parecchie cose!
“Sono d’accordo. E’ davvero piacevole dialogare con lei.” Fu il pensiero che uscì spontaneo dalla mia bocca.
“Fra due vecchi un accordo molto probabilmente non sarebbe possibile, lo stesso varrebbe per due giovani. Le relazioni diventerebbero precarie per la quasi uniformità delle vedute psicologiche e teoriche. Tra noi due è possibile un confronto costruttivo perché vedi, possiamo entrambi dare qualcosa l’uno all’altro.”
Cadde nuovamente il silenzio sul balcone di casa mia, una nuova pausa di riflessione mi accompagnò. Come avrei voluto sapere cosa passava per la testa a quell’uomo così strano! Magari avessi potuto leggere nel pensiero… la curiosità mi rodeva lo stomaco.
“Ti senti bene?” mi chiese.
Oh no, oh no! Mi ha scoperto! E ora che dico?
“Sà, stavo pensando che purtroppo la nostra società è in crisi… crisi economica, crisi morale…” fu la mia risposta.
Uhm, ottimo diversivo. Bella idea! Secondo me non se n’è accorto.
“La società è oggi arricchita di esperienze secolari e sono perciò moltiplicate le richieste di comodità, persino ad esagerare. Prima la gente si accontentava di poco, del minimo necessario. Oggi non c’è contenimento nelle spese per divertimenti e sprechi quotidiani, sicché la società vuole sì naufragare nel lusso ma fa il passo più lungo della gamba, come si suol dire” esclamò.
“E’ vero. C’è però da dire che le ricchezze sono detenute e sfruttate da pochi” riflettendo parlai ad alta voce.
“L’universo è proprietà di tutti, nessuno può impossessarsene. Ma purtroppo questo accade sempre più spesso” mi disse e guardò dall’altra parte del mio giardino.
“Io credo che questa gente regnerà incontrastata ancora per poco, il bene trionfa sempre sul male” risposi molto decisa.
“Il bene sovrasta la cattiveria, la crudeltà. Ma prima che possa restaurarsi un regno perfetto fra le persone, il male torna ad avvelenare gli uomini”. Ciò mi aveva messo addosso un po’ di cattivo umore.
“Ciò che lei dice non fa una piega, ma è un po’ triste… mi piace pensare che nostro Signore ci protegga e ci illumini”.
“Non credi che siano troppi i peccati e le aberrazioni che andiamo commettendo? E Dio dovrebbe starsene così, con le mani in mano? Siamo degli ingenui se non pensiamo che il Cielo possa castigarci, chiederci conto di quanto perpetrato dalle persone senza Dio e senza coscienza del malfatto. Siamo noi uomini a illuderci operando il male come sistema di vita che il Signore non se ne accorga e che tutto prosegua per il suo verso. Così non è. Non si muove foglia che Dio non voglia. L’Onnipotente registra il minimo atto anche se da noi pensato e non attuato” fu la sua esposizione di idee.
“Io non so lei chi sia, ma il suo pensiero è giusto e molto bello, fa’ riflettere su degli aspetti importanti della società. E’ stata una vera fortuna conoscerla” dissi sinceramente.
“Lo stesso vale anche per me. Ma ora è tardi, va’ a dormire”. Mentre pronunciava quest’ultima frase mi posò una mano sulla testa e mi rivolse un sorriso così caldo da sciogliermi il cuore.
“Fede sveglia!!! Un’ altra volta in ritardo!!!”. Cosa? Che succede? “Muoviti!”. Una mano ferma mi strappò le coperte calde che avvolgevano il mio corpo dalle mani, e fui costretta ad alzarmi. Ma appena sporsi le gambe ciondoloni dal letto, qualcosa cadde per terra. Mi chinai per raccoglierla, e vidi che era il mio libro. Lo girai e non potete immaginare il mio stupore nel vedere tra le note biografiche di Francesco Bruno, il volto dell’uomo che quella notte avevo sognato. Era proprio lui? Sì, non c’erano dubbi. Stessa fisionomia e quelle frasi che avevo già sentito le avevo lette sul suo libro.
In tanti dicono che sognare sia stupido, inutile ... ma io credo che sia la vita di chi non sa sognare a esserlo. Quella notte ho capito quanto sia bello e costruttivo leggere, perché ciò che leggi diventa parte di te e puoi anche sognarlo!!!



Mauro Criscuolo

3° classificato

"Ascea Terra di Parmenide e di Zenone" ma anche patria di Francesco Bruno, nome che è stato dato alla nostra scuola. Incuriosito e attratto da questo nome ho cercato di sapere di più proprio come un giornalista curioso. Desideravo conoscerlo, ho chiesto a diverse persone chi era, mi hanno detto che è un "asceoto" e viene spesso nel nostro paese. Finalmente è arrivato il giorno ... sono corso alla stazione perché per spostarsi utilizza il treno; grande è stata la sua gioia quando ho proposto l'intervista. Ho notato che era un uomo semplice, ma di una ricchezza culturale indescrivibile. Mi ha confidato che è stato un amante della libertà individuale e collettiva sempre saldo al suo regime indipendentista rifiutando tra l'altro offerte politiche. Ha trascorso la sua vita a scrivere, con un occhio critico sempre rivolto alle nuove culture, alle letterature straniere, alle letterature dell’est europeo amando Dostoevskij, Tolstoj e Pasternak perché nei loro romanzi si riflette analiticamente la realtà urbana descrivendola oggettivamente e i personaggi sono persone umili esaminate nella loro drammatica miseria. Ho domandato se nei suoi scritti espone i problemi della sua Ascea. Mi ha risposto: "Paese di eriche e ginestre" narra la storia di uomini e donne cilentane. Mi sono rifatto alla narrativa verista che ha una straordinaria importanza sociale perché consente di portare alla luce temi e problemi che in precedenza non hanno trovato spazio in letteratura, sia di scoprire regioni e ambienti, soprattutto contadini di cui all'epoca pochi conoscono le effettive condizioni. Mi sono rifatto al naturalismo francese, una corrente letteraria che si propone di descrivere la realtà nel modo più obiettivo possibile. Poi ho domandato quali erano le correnti a cui si sentiva maggiormente vicino. Mi ha risposto: “Certamente il Romanticismo mi ha segnato con l’esaltazione del sentimento e della passione come tratti fondamentali che distinguono gli individui, rendendoli unici e irripetibili. Ho apprezzato anche il fatto che la cultura italiana doveva uscire dall’isolamento della tradizione per accostarsi alle letterature straniere, non a caso ho amato anche la letteratura francese, Balzac, Flaubert, tedesca e ultimamente grazie a mio figlio ho incominciato ad apprezzare quella americana. Non posso negare l’amore per la classicità essendo convinto come i classicisti che l’arte del passato abbia raggiunto una perfezione che non può essere superata e che deve essere un costante punto di riferimento per gli scrittori. Quando poi ha puntualizzato sulle correnti del tardo Ottocento ha citato le parole della prefazione a “le due vite di Germinia Lacerteaux 1865” di J. De Goncourt e ha recitato queste parole“ vivendo nel XX secolo un’epoca di suffragio universale,di democrazia, di liberalismo ci siamo chiesti se le cosiddette “classi inferiori” non abbiano diritto al Romanzo […] se in una parola le lacrime che si piangono in basso possano far piangere come quelle che si piangono in alto. Con questa citazione voglio confermare che i protagonisti di diversi miei scritti sono uomini e donne delle classi inferiori spesso schiacciati dal peso delle trasformazioni storiche e anche dalle calamità naturali. Ho domandato anche: “il periodo storico in cui ha vissuto ha influenzato la sua crescita personale e professionale?” “Ho vissuto tra Ottocento e Novecento, nel periodo del primo e secondo conflitto mondiale, ho sopportato tante ingiustizie, il periodo fascista mi ha segnato, sono stato anticonformista, non sono mai sceso a nessun compromesso, avendo a cuore il benessere sociale e una vita dignitosa per tutti i cittadini che dovranno avere il diritto all’istruzione, perché solo con l’istruzione si può avere il progresso. Ho esaltato i futuristi, perché suscitavano molto scalpore nel mondo letterario per il loro anticonformismo, per la decisione con cui rigettarono il passato e per l’entusiasmo con cui inneggiarono al futuro.”

tirsdag den 25. juni 2013

Il Premio Letterario Mogensen-Bruno, 4^ edizione 2013



Il Premio Letterario ‘Mogensen-Bruno’

ELSE MOGENSEN IN MEMORIAM

4^ edizione 2013



Quest’anno per lo svolgimento dei temi partecipanti alla 4^ edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno per il miglior tema scritto da un alunno della terza classe della scuola media di Ascea gli alunni dovevano commentare in modo libero e personale la poesia in vernacolo ‘Na palummella Ianca’ di Salvatore Di Giacomo, anche ispirandosi all’attività di critico e saggista di Francesco Bruno che su questo autore scrisse un famoso studio critico (Salvatore Di Giacomo, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2001).
Il dottor Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi, la dottoressa Leila Rasheed e il dottore René Mogensen hanno valutato i temi. La vincitrice del primo premio è stata Angela D’Angelo, il terzo premio è andato a Marco Elio de Marco e una menzione di merito a Katia Del Prete; la Commissione ha deciso di non assegnare il secondo Premio ai rimanenti elaborati in quanto in essi si è notata purtroppo la mancanza di quello spirito creativo e dell’interesse genuino per la letteratura che dovevano essere i presupposti necessari per l’assegnazione del Premio stesso.

Temi vincitori 2013


Temi vincitori 2013

Angela D’Angelo

1°classificato

L’uomo è il fuoco, la donna è la stoppa: viene il diavolo e soffia”.
Proverbio veritiero, vivo, forte. Espressione del popolo, che rappresenta la vera cultura di una nazione. Molti scrittori si sono interessati a questa folla indistinta: tra questi vi è il siciliano Giovanni Verga, il quale cita questo proverbio nel suo capolavoro “I Malavoglia” per bocca del capofamiglia Toscani.
Il popolo, il popolo. Tanto caro all’arte, ispiratore di nobili menti, di celebri mani “scrittrici” di una realtà forte ed indissolubile, fedele nei secoli ad un proprio patrimonio culturale.
Cos’è che rende il popolo oggetto di tanto interesse, di tanta ammirazione da parte di coloro che osservano e riportano quanto visto? Io, leggendo alcune opere di diversi autori, ho potuto constatare che la primordiale attrattiva del popolo è la passione, la quale brucia, divampa; è una mano capace di “smascherare” tutte le finzioni dell’anima e di mostrare la vera essenza di noi esseri umani.
Tra gli scrittori italiani che più si sono fatti portavoce del loro popolo vi è il napoletano Salvatore Di Giacomo, espressione veritiera e schietta della folla partenopea.
Il Di Giacomo, poeta, novelliere, scrittore di teatro nonché saggista, nelle sue opere ha saputo combinare in modo originale l’eleganza e la quotidianità del dialetto napoletano; con la musicalità e l’infinita dolcezza dei suoi versi sorprende e tocca nel profondo il lettore perché riesce a mostrare, con il suo vernacolo, la vera realtà della vita popolare, evocandone i suoni, i colori, gli odori.
Napoli appare quanto mai viva nelle strofe del Di Giacomo: è una città in cui si vive una vita di sopravvivenza, dominata dalla passione, il cui più elevato mezzo di espressione è l’amore.
L’amore che ritorna nei versi digiacomiani come il vero motivo della loro stessa esistenza: la poesia “Na palummella ianca”, infatti, è il pianto segreto, triste e malinconico del poeta, il quale invoca l’amore, che sembra avergli “voltato le spalle”. In questa poesia il poeta non ama Carulina in quanto donna: prova un senso di venerazione per l’amore in sé, visto come qualcosa di sublime, di platonico, non semplicemente come richiamo dei sensi, di attrazione fisica.
Il confine tra il metafisico ed il reale è quanto mai sottile: il poeta, infatti, sceglie come testimone del suo amore non corrisposto una tenera colomba, il simbolo della pace.
Non mi sorprende che l’autore abbia scelto come “confidente” proprio la tenera “palummella”, che sembra lenire le sue sofferenze con l’aggraziata figura: guardando gli occhi acuti ed intelligenti della colomba, il poeta stabilisce un contatto etereo con Carulina, conosce le azioni della ragazza grazie ad una “voce” amica, immaginaria ma attesa con febbrile emozione.
Per il poeta è straziante amare Carulina e non essere da lei amato: il paradosso è che nonostante lui abbia cercato di dimenticarla, il suo cuore ha prevalso ed ancora prevale sulla ragione, il sentimento trionfa sul raziocinio, riportando una vittoria agognata ma al contempo non voluta.
È duro e lacerante attendere per dodici lunghi mesi una risposta ai bisogni del proprio cuore: vi è un’incertezza da parte della ragazza che strazia, seppur inconsapevolmente, fisicamente e psicologicamente il poeta. Il quale, a rigor di logica, maledice il giorno in cui il suo corpo venne pervaso dalla freccia scoccata dal figlio di Afrodite; la disperazione quasi lo spinge a pensare che molto probabilmente Carulina lo rimpiangerà soltanto quando sarà morto, ritornando alla terra che lo ha generato.
Le strofe della poesia sono intervallate da due versi molto dolci e musicali, che rispecchiano fedelmente la già descritta condizione del poeta.
Goethe, nel suo romanzo “Le affinità elettive”, scrisse: “L’amore è fatto così, da credere di avere esso solo dei diritti e che tutti gli altri spariscano dinanzi a lui”.
È infatti l’amore che fa muovere il mondo: ho più volte immaginato come sarebbe il nostro pianeta privo di uno degli affetti più nobili che esistano. Sarebbe … semplicemente orribile: noi esseri umani siamo emozioni, nient’altro che emozioni. Siamo stati generati con la facoltà di amare e godiamo del privilegio di essere amati: l’amore è la cornucopia da cui attingiamo per il nostro sostentamento, il “diavolo” e la stessa fiamma che si sprigiona tra il “fuoco” e la “stoppa”; grazie a questa “combustione” il calore e la luce emanati illuminano, confortano e riscaldano tutti gli esseri viventi.
Esemplare e degna di lode è tutta l’opera del Di Giacomo: come ha scritto il nostrano critico e saggista Francesco Bruno nel suo saggio critico sull’autore partenopeo, il Di Giacomo prende in esame le vicende della Napoli post-Borbonica, trasmettendo l’immagine “di una città attraversata da una profonda crisi e sconvolta da un improvviso smarrimento”.
Il Di Giacomo, quindi, è testimone e portavoce di quella vita che si svolge lì, in quei quartieri tappezzati dai panni stinti stesi al sole ad asciugare, con il rumore del tempo che passa di giorno e, di notte, il suono di una dolce serenata al chiaro di luna, un delicato arpeggio di chitarra rivolto … ad un cuore.



Marco Elio De Marco

3°classificato

Il giorno che venni a sapere del concorso sul commento della poesia di Salvatore Di Giacomo intitolata “Na Palummella Ianca”, subito mi venne in mente di chiedere aiuto alla mia maestra delle elementari “Anna Palladino” che ha un rapporto di parentela con il critico cilentano Francesco Bruno.
L’amore, è il sentimento più ricorrente nelle liriche di Salvatore di Giacomo e in “Palummella Ianca” è un amore struggente e sofferto raccontato dall’autore. Un amore non corrisposto che attende con impazienza il giorno in cui possa essere ricambiato.
La donna amata da Di Giacomo è una certa Carolina che da un anno ormai, gioca con i sentimenti dell’amante che si strugge di dolore per non essere stato ancora corrisposto. Unica grande certezza del protagonista è quella farfalla bianca che vede ogni mattina, topos letterario quello dell’uccello usato da Pascoli e Leopardi che rappresenta per il poeta la speranza di una risposta, un’amica a cui confidare le proprie angosce.
Simbolo della fiducia che l’innamorato ripone quotidianamente nel giorno nascente carico di notizie tanto attese. “Ti voglio bene assai ma tu non pensi a me … ” il ritornello dettato dal cuore , spasimante d’amore … La consapevolezza dolorosa di non essere ricambiato e soprattutto di non essere altrettanto importante per la propria amata … La sofferenza di cui il poeta è consapevole dell’ impossibilità di potersene liberare. Liberarsi da quel sentimento che sta provocando tanto dolore è impossibile! La ragione direbbe “basta, dimenticala! ” Ma il cuore non ascolta un simile lamento … Il cuore dell’ innamorato maledice il giorno in cui abbia avuto inizio questa storia perché è cosciente del fatto che sta soffrendo, ma sa anche che non può liberarsi da quel sentimento. Non è possibile! La stanchezza di vivere queste struggenti emozioni non basta all’innamorato per privarsi di quel sentimento tanto dolce e caro quanto doloroso e distruttivo.
Una farfalla bianca, morbida come la mano di un bimbo è in questo mare naufragata. E’ la voce di un bimbo che grida “Spera!” E’ la voce del cuore che detta “abbi fiducia, non arrenderti!”. Ma come una farfalla bianca, è una speranza debole e fragile!!



Katia Del Prete

Classificato ‘Menzione di merito’

Te voglio bene assaie, e tu nun pienze a me!
Lo scenario spesso fiabesco è uno dei tratti di realtà di cui il poeta Salvatore di Giacomo si serve per sostare sulla fedeltà delle cose. Lo stesso dialetto usato, di una dolcezza e raffinatezza senza eguali, regala effetti di colore mescolati alla musicalità più aurea.
A Marechiaro nce sta na fenesta … era l’anno 1885 quando il grande poeta scriveva in alcuni suoi versi di una finestrella a picco sul mare, adornata di un vaso di garofani … dietro quella finestra, nella sua stanza, dorme Carolina, un innamorato la invoca con una appassionata serenata, mentre nelle onde del mare sottostante i pesci amoreggiano al chiaro di luna e sotto le stelle. Di Giacomo ama la dolcezza del chiaroscuro, il ricordo perduto nell’inseguimento mite e fragile alla donna, così come fa nei versi di Na palummella janca: la sua mente, non appena sveglio, rivolge il pensiero alla donna amata, di un amore, però non corrisposto e quindi vissuto soltanto nel profondo del suo cuore. Al pensiero di lasciarla viene fuori la sua fragilità e la sua debolezza, nonché il suo schietto tormento di uomo romantico che si lascia trascinare e conquistare dall’amore non corrisposto. Di lui, infatti, Benedetto Croce disse: “Uno dei rari poeti schietti dei tempi nostri (…) temperamento amoroso, malinconico, triste ed anche passionale, amaro e tragico”.
La consapevolezza di un amore non ricambiato e di conseguenza di un sentimento che dà più amarezza che gioia, fa venir fuori la sua dipendenza dal cuore, dalle emozioni, dal desiderio naturale di amare ed essere amato, per cui alla fine non gli rimane che riconoscersi lucido nel comprendere il nonsenso del rapporto, e pur tuttavia “folle” nel sottomettersi all’arrogante passionalità del cuore.
È proprio nella poesia che la sua forza si libera, inducendo il lettore alle più svariate riflessioni, così come ha saputo fare appunto in Na palummella janca. Le storie di amore nascono, vivono e si nutrono di puro sentimento, sentimento che profuma di bellezza, gioia, esuberanza per chi si affaccia, come me, a solcare i passi della vita. È troppo affascinante l’amore per potergli resistere, ma è triste rendersi conto che anch’esso ha due facce e quando ci si ritrova a vederne il lato oscuro non si ha la forza, tante volte, di rinunciare a rincorrere la felicità. E come ci insegna il grande Francesco Bruno, critico letterario, narratore e poeta tra i maggiori più noti del 900, bisogna saper vivere liberi, mai sottomessi ai giochi di potere, mai passivi nell’accettare allettanti proposte da parte di chicchessia, con quella attenzione particolare invece incentrata sulla contrapposizione tra BENE e MALE. La felicità è veramente tale soltanto quando si vive un amore trasparente, che ti fa sentire libera e serena, nella consapevolezza che mente e cuore battono meravigliosamente all’unisono. Ma … non è difficile, purtroppo, che ci si possa innamorare di qualcuno che non ne voglia sapere nulla di noi. Ed è proprio in questo caso che l’innamoramento mostra con prepotenza anche l’altra sua faccia, rivelandosi fonte di indicibile sofferenza che contribuisce a distruggere ogni forma di speranza. Spesso si finisce con il pensare e credere che nella vita non ci sarà mai nessuno che si accorgerà di noi. E come recita una canzone di Venditti … “Ci vorrebbe un amico”.
Sì, nei momenti più difficili e bui è necessario ancorarsi a tanti bei valori quali la famiglia, l’amore dei genitori sempre pronti ad asciugare le lacrime, la complicità degli amici, con cui coltivare ideali o condividere idee. Ma anche sapersi aprire alla generosità e alla solidarietà verso gli altri, per non perdere mai di vista che, tutto sommato, l’adolescenza bisogna saperla vivere spensieratamente e con un po’ di leggerezza, godendosi tante cose belle che la vita offre; anche se di tanto in tanto, comunque, meglio una delusione che non mettersi affatto in gioco. Insomma bisognerebbe avere la freschezza della nostra età e l’esperienza dei grandi per lasciar cadere le situazioni impossibili e volare verso quelli che saranno gli orizzonti stupendi della vita. E quando l’amore diventa poesia mi verrebbe da scrivere così:
Na palummella janca me sceta ogni matina,
dicenneme: tu ‘o ssaje, te voglio bene assaje.

mandag den 23. juli 2012

Il Premio Mogensen-Bruno, terza edizione 2012


Il Premio Mogensen-Bruno, terza edizione 2012



Quest’anno per lo svolgimento dei temi partecipanti alla 3^ edizione del Premio Letterario Mogensen-Bruno bisognava partire dall’analisi di alcune pagine tratte dal romanzo postumo di Francesco Bruno Paese di eriche e ginestre, (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, Roma, Milano 1999).
La tematica da trattare riguardava in particolare il modo di porsi dell’uomo di oggi nei confronti del proprio passato storico partendo dall’atteggiamento dell’anziano Arcangelo, protagonista del romanzo e grande estimatore dell’antica Velia. Il dottore Francesco Bruno Jr., la professoressa Maria Novi e la dottoressa Else Mogensen hanno valutato i temi. Il vincitore del primo premio è stato Natalia Graziuso e il secondo premio è stato assegnato ad Francesco Luciano; la Commissione ha ritenuto di non assegnare quest’anno il terzo posto in quanto nessuno dei temi pervenuti oltre i due ritenuti migliori rispondeva ai canoni fissati dal Regolamento del Premio.

Temi vincitori 2012


Temi vincitori 2012

1°classificato: GRAZIUSO NATALIA

‘Aveva piovuto’, così inizia il testo da commentare e così voglio iniziare.
Francesco Bruno, giornalista, critico letterario, narratore e poeta nato ad Ascea nel 1899, in queste righe descrive diversi aspetti dell’ambiente e della civiltà di quegli anni che comunque contengono problemi di attualità, problemi con cui conviviamo ogni giorno. Parla dell’inquinamento, delle fratture religiose confrontate e paragonate da Arcangelo, il protagonista del brano, al passato e al suo presente. Arcangelo nutre un certo interesse per la storia, soprattutto per la storia di Velia. E’ molto tradizionalista tanto da criticare i cambiamenti della società mentre sua moglie cerca sapientemente di farlo ragionare dicendogli che è impossibile fermare il corso degli eventi. Arcangelo dedica una parte del suo tempo alla consultazione di documenti storici riguardanti il decadimento civile e culturale delle popolazioni. Prima della sua regressione Velia era stata teatro di importanti avvenimenti; Zenone e Parmenide ne sono la prova. La famiglia Rizzuti, altra famiglia di quel tempo, aveva creato un museo dove con la raccolta di tutti i reperti importanti ne aveva ricostruito la storia e la letteratura. Velia fu fondata nel 546 a.C. dai Focei, popolazione fuggita dall’Asia Minore a causa di un attacco persiano e il personaggio più ricordato della loro civiltà è proprio Parmenide. Nel museo vennero conservate monete dell’epoca eleatica che lo raffiguravano con una barba fluente, come medico e filosofo. Arcangelo lo vede con gli stessi occhi con cui noi oggi guardiamo un attore o presentatore e ne prendiamo esempio. La stessa storia che era avvenuta in passato si ripete nel tempo anche se in diverse situazioni, come un corso e ricorso storico e noi possiamo migliorare il nostro futuro traendo spunto dai dettagli del passato. Quando si visitano gli scavi di Velia molti pensano che si tratti solo di un ammasso di pietre, però quell’ammasso di pietre è ciò che i nostri antenati ci hanno lasciato. Noi dobbiamo quindi porci una domanda: cosa vogliamo lasciare ai posteri? Le crisi, l’inquinamento, le guerre? O un mondo onesto dove poter vivere, non in pace perché sarebbe chiedere troppo, ma almeno dove vivere bene? Ora io sono qui, con i miei quattordici anni, a scrivere ed è facile usare le parole ma per cambiare le nostre vite e le vite future non c’è bisogno delle parole ma dei fatti, i fatti che mancano nella società di oggi. Nel testo c’è una parte in cui è scritto: ‘Non aveva torto Arcangelo che, lavorando e conciliandosi con la natura, non voltava le spalle alle divinità, ai sogni, che potenziavano in lui la nativa disposizione alla creatività’, forse è proprio questo che manca: i sogni, la creatività. I sogni vengono celati per riuscire a mantenere il tenore di vita della realtà di oggi finchè non scompaiono, pochi realizzano il proprio sogno; mentre la creatività sta perdendo sempre più importanza. Si dovrebbe dare più spazio alle nuove menti che sperano ancora in un mondo migliore e, solo allora, forse, potremmo aspettarci dei cambiamenti.


2°classificato: LUCIANO FRANCESCO

Il romanzo Paese di eriche e ginestre espone un problema del tempo in cui è stato scritto che è anche attuale: dobbiamo mantenere le tradizioni e le usanze del passato, o essere più innovativi e stare al passo con la società che si evolve ogni giorno? I coniugi presenti nel romanzo ci fanno riflettere se restare radicati a certe tradizioni come fa Arcangelo ‘lavorando e conciliandosi con la natura’, oppure pensare come Celeste, affermando che ‘le epoche contraddistinte dalla storia mutano tanto che noi stessi non riusciamo a catalogarle’. Arcangelo possiamo definirlo uno studioso amante del passato che, attraverso paragoni e raffronti tra ieri e oggi, cerca di dare delle spiegazioni alle situazioni sociali e spirituali del suo tempo, mentre Celeste ci fa pensare a una persona che guarda al futuro senza tener conto del passato. Arcangele e Celeste forse rappresentano i giovani d’oggi? Pensiamo che essere ragazzi significhi amore per le novità: tecnologia, musica, moda, voglia di libertà e chiusura verso il passato? Come è vero! Quando parla un anziano, al giovane dà fastidio e subito gli si dice:’Ma tu sei antiquato! Fai parte di un’altra epoca!’ Non parliamo poi della chiusura verso il passato storico. Ma riflettendo un po’, scopriamo che il risultato di tanta tecnologia deriva da una continua ricerca iniziata dai nostri nonni, se siamo giunti a questo tipo di musica è perché anche i nostri antenati hanno amato quest’arte e, studiandola e perfezionandola, oggi abbiamo i vari tipi di musica. Il presente non è altro che il frutto del nostro passato. Le tradizioni e le usanze sono le nostre origini. Disdegnare queste ultime significa vergognarsi di quello che si è. La storia ci insegna che l’uomo si ritrova spesso ad affrontare in epoche diverse e in luoghi diversi le stesse problematiche. Dovremmo quindi fare tesoro delle esperienze passate per affrontare con maggior successo le difficoltà che la società di oggi ci chiede di superare. Penso che bisogna non solo studiare le nostre tradizioni, origini e la storia passata ma lasciarci anche emozionare. Spesso mi rendo conto che le persone non provano più emozioni verso alcuni momenti storici, come ad esempio l’olocausto. L’uomo, guardando al passato, ha la possibilità di evitare oggi gli errori commessi per egoismo, sete di potere e odio verso il prossimo. Non studiamo solo per essere eruditi ma anche per formare in noi una certa sensibilità verso il mondo che ci circonda e per essere dei protagonisti del nostro futuro. Per creare oggi delle solide fondamenta su cui poggiare il nostro domani è necessario studiare il passato perché studiando il passato impariamo la vita!